Ben Smith

Così BuzzFeed gioca alle fake news

Eugenio Cau

Il sito diretto da Ben Smith offre ai liberal un report ambiguo all’altezza della post verità di Trump

Roma. “La pubblicazione di questo dossier riflette il modo in cui vediamo il lavoro di reporter nel 2017”. Poco dopo aver messo online il testo di un dossier non verificato che dettaglia comportamenti inqualificabili e relazioni con la Russia così compromettenti da costituire atto di tradimento da parte di Donald Trump, Ben Smith, il direttore di BuzzFeed, ha scritto una lettera pubblica a tutti i suoi dipendenti. Smith è un giornalista di eccezionale pedigree e una delle figure mediatiche più importanti d’America, l’artefice del gran successo di BuzzFeed, corazzata giornalistica online che macina denaro grazie alle foto di gattini e lo reinveste in articoli di peso e scoop politici. Smith ha portato a BuzzFeed molte innovazioni, ma l’ultima sembra nefasta nell’ambiente solitamente controllato del giornalismo statunitense. L’italianissima merda nel ventilatore ha fatto il suo esordio sulla stampa americana.

 

La ratio di pubblicare un report non verificato e probabilmente non verificabile – seppure riferito a un personaggio che in più di un’occasione durante la sua carriera pubblica ha sguazzato in rumors, informazioni false e illazioni per abbattere i suoi nemici – sembra rispondere a una vecchia massima del giornalismo, come ha ricordato Erik Wemple sul Washington Post: let readers decide for themselves. Noi vi presentiamo i fatti, sta a voi decidere se è il caso di crederci o no. BuzzFeed lo scrive nel pezzo che accompagna il report, e Smith lo riprende nel suo comunicato: “Gli americani possono farsi la loro opinione sulle accuse contro il presidente eletto che hanno circolato ai più alti livelli del governo statunitense”. Il problema è che chiedere agli americani di formarsi un’opinione su fatti non verificati, senza fornire loro gli strumenti per discernere, non è un servizio al pubblico, ma un modo per offuscare la verità. L’altra giustificazione addotta da Smith riguarda il fatto che il report già era diffuso da settimane tra i circoli politici e mediatici, che un riassunto dello stesso era stato consegnato a Trump e Obama dai capi dell’Fbi, e infine che poche ore prima di BuzzFeed la Cnn aveva descritto il report in un articolo senza tuttavia elencare i fattacci che contiene. I cittadini hanno il diritto di leggere ciò che viene letto tra i corridoi del Congresso e nelle redazioni dei giornali nel momento in cui questo materiale diventa oggetto di dibattito, dice Smith. Il problema, ancora una volta, è che i cittadini non hanno lo stesso accesso all’intelligence che ha un congressman.

 

In un modo o nell’altro, tuttavia, il documento sarebbe stato fatto trapelare, e in un certo senso è sintomatico che alla fine l’abbia fatto BuzzFeed. Come ha notato il direttore di The Verge, Dieter Bohn, il documento sembra fatto apposta per Twitter e per la viralità, campo in cui la pubblicazione di Smith è campione incontrastato. Le 35 pagine sono fatte di “soundbites” che implorano di essere fotografati e piazzati su Twitter o su Facebook, uno screenshot imbarazzante dopo l’altro, fino a condensarsi nell’hashtag a suo modo geniale: #watersportsgate. Questi soundbite sembrano la risposta perfetta a quelli innumerevoli, anch’essi non verificati o addirittura falsi, che durante la campagna elettorale americana sono stati somministrati al pubblico da Wikileaks, da Breitbart, dalla propaganda russa o dai siti macedoni di fake news sui social. Come nota ancora Bohn analizzando la diffusione digitale del report, “dopo mesi – e anni – passati a guardare leak compromettenti su Hillary Clinton, finalmente c’è un leak contro gli avversari da condividere e diffondere, e chissenefrega della provenienza”.

 

Hillary è a capo di un branco di pedofili? E allora Trump fa le golden shower sul letto di Obama! La ratio sembra questa, e poco importa se il report anti Trump non è falso come lo erano le notizie sulla pedofilia di Hillary, ma certamente non verificato. Forse sarà confermato, almeno in parte, ma per ora “il modo in cui vediamo il lavoro di reporter nel 2017” (traduzione: il modo in cui i reporter devono rispondere all’attacco personale e propagandistico di Trump e dei suoi minion in questo nuova epoca di post verità, attacco sferrato ancora una volta ieri in conferenza stampa contro la Cnn e lo stesso BuzzFeed, con violenza e al grido “you are fake news!”) per ora sta portando risultati per nulla rassicuranti. In campagna elettorale, il motto che Hillary Clinton prese in prestito dalla first lady Michelle Obama era: “When they go low, we go high”. BuzzFeed l’ha reinterpretato: “When they go low, we go Breitbart”. 

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.