Special relationship

Trump sceglie un amico dei coloni per rilanciare i rapporti con Netanyahu

Mattia Ferraresi

Friedman, nuovo ambasciatore in Israele, sostiene gli insediamenti e attacca gli ebrei liberal americani

New York. Nominando l’avvocato David Friedman come ambasciatore americano presso Israele, Donald Trump ha scelto di non lasciare spazio alle interpretazioni sull’impostazione della “special relationship” con l’alleato. Friedman si colloca nella parte più a destra dello spettro politico israeliano. E’ un sostenitore dell’espansione delle colonie, politica contraria alle posizioni del governo americano, è scettico verso la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, scrive editoriali sul giornale online Arutz Sheva, che interpreta le posizioni dei coloni. Yossi Dagan, uno degli attivisti che guidano l’espansione in Cisgiordania, lo ha definito un “amico e un vero partner di Israele e degli insediamenti”. Le espressioni più abrasive Friedman le riserva agli ebrei americani di sinistra, specialmente quelli del gruppo J Street, che definisce “kapò” oppure “avvocati della distruzione di Israele”. Il mese scorso in un forum sulla politica estera americana a porte chiuse ha detto che “non sono ebrei”. Il rabbino Rick Jacobs, presidente della più grande denominazione ebraica negli Stati Uniti, ha detto che le posizioni di Friedman “sono più estreme di quelle di qualunque governo israeliano. Abbiamo seri dubbi su una persona secondo cui l’annessione della Cisgiordania è un modo praticabile per difendere l’essenza democratica ed ebraica di Israele”. Il primo atto rivoluzionario della nomina di Friedman è che l’ambasciatore svolgerà il suo compito “dalla eterna capitale di Gerusalemme”, come ha detto nella sua prima dichiarazione. In virtù di una legge approvata dal Congresso nel 1995 la missione diplomatica può legalmente insediarsi a Gerusalemme.

 

Da allora però tutti i presidenti hanno deciso di non usare questa leva, mantenendo l’ambasciata a Tel Aviv, per non contraddire la posizione del governo sullo status incerto di Gerusalemme. La risoluzione della questione è legata a un accordo di pace comprensivo, ma con questa nomina il presidente eletto indica posizioni diverse rispetto ai predecessori. “Con la nomina di Friedman, il presidente eletto Trump ha espresso il suo impegno di consolidare ulteriormente le relazioni fra gli Stati Uniti e Israele, assicurando una straordinaria cooperazione strategica, tecnologica, militare e d’intelligence fra i due paesi”, si legge nella nota ufficiale per la nomina. Un’analisi del Jerusalem Post dice che la scelta di questo “anti Martin Indyk” (ambasciatore e inviato che ha lavorato nelle amministrazioni Clinton e Obama) è un’ottima notizia per il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha avuto una relazione ora burrascosa e ora gelida con Obama e i suoi messi. Esperto di bancarotte e fallimenti, Friedman è partner di uno studio legale di Manhattan e ha iniziato a lavorare per Trump quando i suoi casinò di Atlantic City sono andati sott’acqua.

 

Non ha alcuna esperienze diplomatica, ma se questa non è stata un’obiezione per la scelta del segretario di stato, a maggior ragione non lo sarà per la selezione di un diplomatico. Di certo la scelta di Friedman ha avuto il benestare di Jared Kushner, il potente genero di Trump che il presidente eletto ha indicato pubblicamente come possibile inviato speciale per risolvere il conflitto fra israeliani e palestinesi. La fondazione della sua facoltosa famiglia di origine, una dinastia di ebrei ortodossi e costruttori del New Jersey, negli ultimi anni ha fatto donazioni cospicue ai coloni. Il team della transizione sta controllando in questi giorni alcune “eccezioni” previste nella legge anti nepotismo che permetterebbero ai parenti stretti del presidente come Jared di assumere incarichi ufficiali nell’Amministrazione, ma anche se così non sarà il genero orienta la bussola politica trumpiana con le nomine e con l’influenza interna. Friedman è il suo avamposto israeliano. 

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.