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La dittatura dei leak non serve più neppure ai pettegoli (ma occhio agli zombie!)

Ormai le indiscrezioni non sono nemmeno più la notizia, la notizia è Assange stesso, i suoi vecchi amici, quelli nuovi, la valanga di teorie del complotto che piomba di continuo sulla campagna elettorale americana.

29 Ottobre 2016 alle 06:15

La dittatura dei leak non serve più neppure ai pettegoli (ma occhio agli zombie!)

Julian Assange (foto LaPresse)

Milano. C’erano una volta i leak rilevanti, le indiscrezioni che cambiavano la storia, pesanti, definitive, centellinate anche, perché ottenere documenti segreti non era operazione facile, ci volevano giornalisti testardi, funzionari disposti a correre rischi, molto tempo, e anche qualche soldo. Ora le indiscrezioni sono un’arma mediatico-politica come altre: ce ne sono ovunque, ogni giorno, dappertutto, al punto che quasi non le guardiamo più, a meno che non ci siano grandiosi pettegolezzi, e aspettiamo che solerti spulciatori trovino qualcosa di rilevante, cosa che accade sempre più di rado (l’ultima tornata su Hillary Clinton per esempio dimostra che lei è una calcolatrice fredda e un pochino stronza, cosa che chissà come un po’ sospettavamo). I leak hanno però conservato il vantaggio di essere considerati implicitamente, a scatola chiusa, una prova di colpa.

 

Se sei stato intercettato e quel che dici diventa pubblico, sei sicuramente colpevole, se non tu chi ti sta intorno, che siano collaboratori, mariti, figli, ex amici, o esponenti importanti della diplomazia internazionale. Si è tutti ugualmente colpevoli, nel mondo dei leak (poi c’è, va detto, François Hollande, caso atipico e sublime di indiscrezioni dichiarate direttamente ai giornalisti: “Un président ne devrait pas dire ça…”, il libro appena pubblicato in Francia da due reporter del Monde è straordinario, non si può smettere di leggerlo. Il presidente non dovrebbe dire certe cose ma lo fa, e così le indiscrezioni sono certificate da lui stesso, un misto di vanità e di idiozia inarrivabile).

 

Wikileaks, con il suo regista sfuggente Julian Assange e l’ultima ondata di leak – l’account di posta di John Podesta, stratega clintoniano –, è la dimostrazione lampante della strumentalizzazione mediatico-politica dei leak. Ormai le indiscrezioni non sono nemmeno più la notizia, la notizia è Assange stesso, i suoi vecchi amici, quelli nuovi, la valanga di teorie del complotto che piomba di continuo sulla campagna elettorale americana – Hillary ammalata di Parkinson e l’uccisione di un membro dello staff del Partito democratico durante una rapina andata male sono tra le più chiacchierate. I nuovi amici di Assange sono i trumpiani, Sean Hannity di Fox (custode del verbo di Trump) lo ha intervistato gioioso, mentre cresce la variabile “russa”, come una roulette, nella campagna. I vecchi amici implorano Assange: fai uscire anche qualcosa su Trump, noi credevamo in te.

 

Una giornalista che lavora con Wikileaks assicura: se e quando avremo qualcosa sul candidato repubblicano lo pubblicheremo, “non stiamo sposando alcuna linea”. Gli autori di “The Circus”, il programma più bello andato in onda in America sulle elezioni, nell’ultima puntata si sono dedicati ad Assange che da paladino della trasparenza-che-sbugiarda-i-potenti si è trasformato in una cassa di risonanza del trumpismo e di tutte le sue diramazioni, in particolare quella che porta a Mosca e a Vladimir Putin (Assange si è rifatto una vita grazie alla protezione dei russi). John Halperin, giornalista di Bloomberg e uno dei protagonisti di “The Circus” è andato fuori dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra per provare a parlare con Assange, che vive lì dentro dal 2012. Il risultato è una manciata di minuti costruiti con musica e tempi da thriller in cui, come sempre con Assange, accade poco o nulla.

 

Halperin sa che Assange è ossessionato da Twitter e spesso è lui a postare dall’account di Wikileaks, così inizia ad attirare la sua attenzione tuittando – Halperin svela anche un suo trucco: per entrare dove nessuno ti vuole, nei quartier generali dei partiti per esempio, proponi di portare del cibo, spesso funziona. Offrendo pizza e una soda svedese di cui Assange pare vada pazzo, Halperin riesce nel suo intento, una persona esce dal palazzo che ospita l’ambasciata, chiede informazioni e invita la troupe a entrare. Assange è “troppo occupato” per concedere un’intervista, ma accetta di rispondere a una domanda scritta. Halperin chiede: che cosa di quel che c’era nelle email di John Podesta non è stato raccontato a sufficienza sui media americani? Il messaggero consegna il foglietto ad Assange e poco dopo torna con lo stesso foglietto con su la risposta: una parola, “everything”, tutto.

 

Che è la risposta più banale del mondo, ma permette ad Halperin di riassumere la questione in modo avvincente: un signore quarantacinquenne australiano, che soffre di mal di denti ed è depresso (pubblicò lui stesso la sua cartella clinica), che lavora per un’azienda che ha sede in Islanda, operando dall’ambasciata dell’Ecuador nel Regno Unito, influenza la tenuta della candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti. Ma la storia appassionante è già finita qui. Semmai la preoccupazione più grande dell’hackeraggio globale non riguarda tanto Wikileaks o il ruolo di Assange e dei suoi pizzini fuori dall’ambasciata dell’Ecuador: nel cyberattacco della settimana scorsa che ha tirato giù Twitter, Netflix, Airbnb, Spotify e Reddit gli autori sono penetrati nei sistemi attraverso dei “cybersoldiers” invisibili che entrano nelle telecamere a circuito chiuso per spiare le babysitter o nel robottino che fa dire a un frigorifero quando il latte è finito. Sono come degli zombie che infestano le nostre case, scrive l’esperto dell’Economist Edward Lucas, e sanno tutto e vedono tutto e insomma fanno più paura del cinismo di Hillary, o di Assange.

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