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Amazon teme l’islam

Nei giorni scorsi, sul più grande portale commerciale del mondo, Amazon, sono apparsi i primi costumi di Halloween. Una delle novità del 2016 è il “Sexy burqa”, la palandrana tipica dei talebani, dello Stato islamico e dei potentati sunniti, per provare l’ebbrezza di essere una schiava del sesso.

12 Ottobre 2016 alle 12:38

Amazon teme l’islam

Il "sexy burqa" in vendita su Amazon

Roma. Nei giorni scorsi, sul più grande portale commerciale del mondo, Amazon, sono apparsi i primi costumi di Halloween. Una delle novità del 2016 è il “Sexy burqa”, la palandrana tipica dei talebani, dello Stato islamico e dei potentati sunniti, per provare l’ebbrezza di essere una schiava del sesso. Ma il “sexy burqa”, che su Amazon.uk era in vendita a 18,99 sterline, è scomparso in grande fretta. Amazon, il colosso di Jeff Bezos, ha disposto che la vendita diventasse “unavailable”. Non più disponibile.

 

Amazon è stato subissato di proteste, accuse di “razzismo”, “islamofobia”, di commercializzare un indumento islamico con il volto bianco di una modella occidentalista, di usare “un oggetto religioso a fini commerciali”. “Siete disgustosi, la mia cultura non è il vostro costume”, hanno scritto tanti utenti di fede islamica. E ancora: “La cultura di una persona non è un costume divertente”. Altri hanno usato un tono più serio: “Chiunque tu sia, devi temere Allah. Questo non è uno scherzo”. Un portavoce di Amazon ha risposto prontamente ai clienti: “Tutti i nostri venditori devono seguire le nostre linee guida e coloro che non lo fanno saranno soggetti a una azione di rimozione. Questo prodotto (il sexy burqa, ndr)  non è più in vendita”. Dunque niente parodia del principale simbolo globale di oppressione della donna. Ma nella sottomissione si insinua il doppio standard. Che dire infatti della “suora sexy”, l’abito di Halloween che anche quest’anno sbeffeggia le religiose cattoliche e di cui è in vendita un’ampia gamma, con la Bibbia in mano e le gambe aperte, il crocifisso sul petto e la guêpière sotto?

 

Nonostante le proteste cattoliche, la “sexy suora” è rimasta in vendita su Amazon. Non era questa una forma di “cristianofobia”? Non c’era forse sotto quell’abito pudico una modella bianca? Non è forse anche quello un “oggetto religioso a fini commerciali”? Questo doppio standard delle élite liberal era già emerso quando il New York Times, per “rispetto” nei confronti della fede islamica, aveva deciso di censurare le vignette su Maometto del settimanale satirico Charlie Hebdo. Salvo poi decidere, stavolta in totale mancanza di rispetto, che si poteva pubblicare l’opera “Eggs Benedict” di Niki Johnson, esposta al museo di Milwaukee e in cui diciassettemila profilattici formano il volto del Papa Benedetto XVI. Il Califfo al Baghdadi ridicolizzato da Charlie Hebdo fa scattare l’autocensura per “hate speech”, mentre l’opera di Chris Ofili “La Santa Vergine Maria”, in cui la madre di Gesù è ricoperta di feci e genitali, quella è tutelata dal “free speech”.

 

Se a protestare è un imam si sospetta di lesa “islamofobia”. Se a protestare è un vescovo si glissa in nome della “libertà di espressione”. Per fermare il “sexy burqa” si è schierata anche l’organizzazione DoSomething, fai qualcosa, che ha promosso la campagna “1 Star for hate”, che prende di mira i rivenditori online di costumi ritenuti “offensivi”. Il gruppo ha stabilito un premio di 1.500 sterline per la persona che riesce a spalmare sui retailer più recensioni negative. L’anno scorso misero gli occhi sul costume “omofobo” alla Caitlyn Jenner. Quest’anno hanno fatto ritirare il perfido burqa. Quanto alla suora, la notte di Halloween è un tana libera tutti.

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