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Cronaca di un referendum vinto

Matthew Elliot, il capo della campagna per la Brexit spiega tecniche e strategie che hanno portato Vote Leave alla vittoria alle urne, tra tempismo perfetto e sterzate liberali.

10 Ottobre 2016 alle 18:10

Cronaca di un referendum vinto

Foto LaPresse

Torino. Perché Vote Leave ha vinto e Orbán no? Semplicemente perché la Brexit è stato un referendum sul futuro del paese, una chance per ripartire liberandosi di un peso oltremanica; il quesito sull’accoglienza dei migranti in Ungheria, invece, è stato percepito come un plebiscito sulla leadership del capo del governo di Budapest. A pensarla così è Matthew Elliot, chief executive e fondatore di Vote Leave, la campagna per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea che ha riunito in nome della Brexit leader e parlamentari conservatori, laburisti e del partito indipendentista, diventando il gruppo ufficiale con la designazione della Commissione elettorale a discapito di Grassroots OUT, a trazione Ukip. Unire il fronte, non dividerlo, è stato l’obiettivo di Vote Leave che non ha promesso un’uscita senza rischio ma ha puntato su un futuro più aperto al mondo per il Regno Unito. “Se avesse prevalso la campagna guidata dallo Ukip il Leave si sarebbe probabilmente fermato al 35 per cento per l’incapacità del messaggio nazionalista di allargare la base elettorale”, aggiunge Elliott.

 

Nel capoluogo piemontese per una lezione agli studenti del workshop di comunicazione politica e strategia elettorale Election Days organizzato da Quorum/Youtrend con l’Università di Torino, Matthew Elliott fa il punto sulla vittoria di Vote Leave nella battaglia del referendum britannico dello scorso 23 giugno. L’elettorato scontento dall’andamento dell’economia e dal rapporto con le élite, quell’elettorato che spesso cade tra le braccia dei populismi, è stato il target della campagna: euroscettici, preoccupati dai rischi economici dell’uscita, critici del rapporto tra il Regno Unito e Unione europea. “Un terzo degli elettori era per il Remain, un terzo indeciso, un terzo per il Leave – sottolinea Elliott – Era quindi impossibile vincere puntando solo su questi ultimi così abbiamo utilizzato un messaggio più liberale, internazionale e globale: riprenderci il controllo per tornare una grande potenza mondiale senza il peso dell’Unione europea”. Ecco perché Vote Leave e non Grassroots OUT, ecco perché il liberale Boris Johnson e non il nazionalista Nigel Farage. “L’ex sindaco di Londra era molto popolare, mentre il leader dello Ukip era ritenuto un estremista da buona parte dell’elettorato”.

 


Matthew Elliot


 

E’ servita chiarezza, a partire dal nome stesso della campagna che racchiude in sé l’azione del recarsi alle urne e la scelta da crocettare sulla scheda elettorale, a differenza del gruppo ufficiale per il Remain, Britain Stronger in Europe, che mancava di qualsiasi riferimento immediato alla permanenza. Serviva poi un messaggio chiaro: Vote Leave Take Control, vota l’uscita per riprendere il controllo. Controllo dell’economia, dei confini, delle leggi rimettendo al centro i britannici: spendiamo i nostri soldi per le nostre necessità, recitava lo slogan puntando su uno dei temi, assieme a immigrazione e lavoro, più caldi per l’elettorato britannico.

 

Elliott identifica in cinque punti i fallimenti della campagna per il Remain: era scarsamente diffusa e poco organizzata, mancava di una voce chiara e disciplinata, non ha mobilitato l’elettorato laburista, ha fatto troppo leva sul Project Fear (come nei casi dell’ex premier David Cameron che ha invocato la Terza guerra mondiale e del presidente del consiglio europeo Donald Tusk con la distruzione della cultura politica occidentale), spesso percepito come estremo tentativo per la sopravvivenza dell’establishment politico, dimenticando per contro qualsiasi messaggio positivo. E’ stata anche la campagna giusta al momento giusto, sottolinea Elliott: con un Corbyn dal passato euroscettico come leader, gli elettori vicino al Labour hanno avuto scarse motivazioni ad andare alle urne vedendo il suo partito nettamente diviso in due. Poi la crisi della moneta unica con l’esempio greco che ha colpito i britannici. E ancora le voci del Remain che da una parte professavano scenari dell’Armageddon invitando per contro ad entrare nell’euro, allontanando ancora di più gli elettori del Regno Unito che non hanno mai avuto grande interesse per la moneta unica.

 


Un'immagine del workshop di comunicazione politica e strategia elettorale Election Days organizzato da Quorum/Youtrend con l’Università di Torino


 

Si è trattato di una campagna giocata e vinta sulla dimensione locale, riavvicinandoci agli elettori arrabbiati con la politica di Londra e in cerca di risposte ai loro problemi legati alla crisi finanziaria e al periodo di austerità vissuto con disagio, racconta Elliott. Proprio da qui sta ripartendo il nuovo primo ministro Theresa May che cerca di aiutare le classi dimenticate, gli sconfitti della globalizzazione che hanno vinto la Brexit, guardando un po’ più a sinistra per allargare la base elettorale del Partito Conservatore. Il Regno Unito sta provando a dare risposte liberal-popolari alle sfide dei populismi continentali che, a partire dall’Olanda per continuare con Francia, Italia, Svezia e alcuni stati dell’est, guardano con interesse il primo processo di uscita dall’Unione europea.

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