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La catastrofe di Oslo

L’attuale situazione dei rapporti fra Israele e l’Autorità palestinese, le incertezze dell’odierno quadro politico israeliano, la diffusione dell’antisemitismo nel mondo occidentale e l’inesistenza di un vero processo di pace sono state causate dal tragico errore compiuto dal governo israeliano nel sottoscrivere gli accordi di Oslo.

5 Ottobre 2016 alle 14:33

La catastrofe di Oslo

Il premier israeliano Yitzhak Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat alla Casa Bianca insieme al presidente statunitense Bill Clinton, il 13 settembre 1993

L’attuale situazione dei rapporti fra Israele e l’Autorità palestinese, le incertezze dell’odierno quadro politico israeliano, la diffusione dell’antisemitismo nel mondo occidentale e l’inesistenza di un vero processo di pace sono state causate dal tragico errore compiuto dal governo israeliano nell’accettare e poi sottoscrivere gli accordi di Oslo (nelle sue due fasi) con Arafat tra il 1993 e il 1995. E’ questo il succo del quaderno n. 123 del Begin-Sadat Center for Strategic Studies della Bar-Ilan University, dal titolo significativo “The Oslo Disaster”, scritto dal grande storico ebreo Efraim Karsh. “Facciamo la pace con i nemici”, disse il primo ministro Yitzhak Rabin agli israeliani, dopo la firma degli accordi, mentre, qualche giorno prima della conclusione del negoziato, Arafat affermò in modo fin troppo chiaro: “In futuro, Israele e Palestina saranno un unico stato nel quale gli israeliani e i palestinesi vivranno insieme”. Quest’affermazione fu del tutto trascurata dai negoziatori israeliani. Alcuni anni dopo, nel 2000, quando il “processo di pace” si era già rivelato privo di significato, un leader dell’Olp, Faisal Hussein, disse in un’intervista ad Al-Arabi che gli accordi di Oslo erano “un cavallo di Troia indispensabile per raggiungere il fine strategico di una Palestina dal fiume Giordano al mar Mediterraneo”, “cioè – conclude Karsh – una Palestina al posto di Israele”.

 

Il ragionamento di Karsh porta alla conclusione che Oslo fu una iattura sia per Israele sia per il popolo palestinese. I palestinesi della West Bank, prima di Oslo, avevano buoni rapporti con Israele, tramite i leader locali interessati al benessere dei propri concittadini. Ma Oslo conferì di fatto una legittimità all’Autorità palestinese che prima non aveva. Per mezzo di intimidazioni e minacce di ogni tipo, i leader dell’Ap assoggettarono la loro popolazione a un indottrinamento massiccio, incentrato sul falso slogan dell’illegittimità dello stato di Israele e rispolverando le vecchie accuse medievali contro gli ebrei. Non mancarono durissime repressioni. “Rabin – scrive Karsh – fu indotto dal ministro degli Esteri Peres (appena scomparso, ndr) e dal suo vice Yossi Beilin ad abbandonare gli abitanti della West Bank e di Gaza a un’organizzazione terroristica”. Così, Oslo rappresentò un vero e proprio spartiacque: la legittimazione politica a livello internazionale e locale attribuita all’Ap fu sfruttata da Arafat per scatenare una campagna di odio contro lo stato ebraico, nell’indifferenza internazionale e nella passività del governo di Rabin. Il “processo di pace” di Oslo fu soltanto una foglia di fico per mascherare un intento ben diverso: la distruzione dello stato di Israele.

 

Eppure, l’appoggio dato da Arafat all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein – invasione condannata da tutti gli stati arabi – aveva prodotto un grave isolamento dell’Ap, senza che Israele approfittasse della situazione, essendo ancora colpevolmente legato agli schemi di Oslo, che l’Ap aveva abbondantemente violato già dal momento della firma. Tutto quello che è seguito sino a oggi è la conseguenza – scrive Karsh – del fatidico errore dell’allora governo laburista d’Israele che, nei fatti, aveva riconosciuto Arafat come l’unico interlocutore nel “processo di pace”. Per di più, la legittimazione dell’Ap consentì all’organizzazione palestinese di ottenere ascolto nei paesi occidentali e nelle stesse organizzazioni internazionali, benché in diverse circostanze Arafat avesse scatenato ondate di terrore e di uccisioni in Israele. Ma ormai parte dell’opinione pubblica internazionale, abilmente suggestionata dalla propaganda palestinese e preda di un rinascente antisemitismo, era sorda alle denunce dei governi israeliani. “L’Olp si era accreditata agli occhi della comunità internazionale – afferma Karsh – come il rappresentante legittimo, pacifico e democratico di un futuro stato palestinese contro l’evidenza dei fatti”. Nello stesso tempo, Hamas aveva a sua volta ricevuto legittimazione da parte di Arafat di condurre azioni terroristiche contro Israele, prima che Gaza, nel 2005, cadesse nelle sue mani.

 

Gli accordi di Oslo, a detta di Karsh, ebbero un effetto negativo sul sistema politico di Israele. Nei 23 anni successivi a Oslo solo un governo concluse il suo mandato. La violenza palestinese, prodotta dalla legittimazione dell’Olp, sconvolse la vita degli israeliani a più riprese, soprattutto dopo il 2000, quando Arafat respinse le offerte di pace di Barak. Arafat sapeva che il terrorismo era stato “legittimato” a Oslo. E la vita politica di Israele ne subì le conseguenze, sino a oggi.

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