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The Donald alla prova

Lo scoop del Nyt ha dato il colpo finale alla pessima settimana di Trump. Nel momento del bisogno aumenta la distanza fra gli irriducibili che lo osannano e gli altri che s’eclissano.

4 Ottobre 2016 alle 14:50

The Donald alla prova

Donald Trump prosegue la sua campagna elettorale in Colorado (foto LaPresse)

New York. Quando sabato sera il New York Times ha dato notizia delle manovre fiscali di Donald Trump, che facendo leva su una perdita di 916 milioni di dollari nel 1995 ha evitato di pagare le tasse sul reddito per diciotto anni, l’universo dei sostenitori del candidato repubblicano si è immediatamente diviso in due. Da una parte gli irriducibili che lo osannano come “genio” e maestro di quell’arte perfettamente legale che è la pianificazione fiscale, dall’altra i sostenitori imbarazzati delle sue manovre spericolate che bofonchiano spiegazioni a mezza voce oppure s’eclissano. Rudy Giuliani dice che la circostanza dimostra che Trump “sa usare il fisco a vantaggio delle persone che rappresenta”, mentre il governatore Chris Christie, impiegando un’argomentazione più contorta, sostiene che si tratta di un modo per mostrare gli errori del sistema: “Ha promesso di correggere o eliminare queste scappatoie che favoriscono le grandi lobby per non trovarsi di fronte a situazioni del genere”, ha detto.

 

E’ un argomento analogo a quello che Trump usa per spiegare perché la sua linea di abbigliamento viene confezionata in Messico nonostante le sue leggendarie tirate contro i trattati commerciali e la manodopera straniera: io sono un businessman, dice Trump, se il sistema ha regole e strettoie inique non mi resta che aggirarle per andare alla ricerca del profitto, il motore che fa girare il capitalismo americano, nell’attesa che qualcuno riscriva le regole. E’ naturale, dunque, che all’uscita dello scoop del Times abbia twittato: “Conosco le nostre complesse leggi fiscali meglio di chiunque altro abbia mai corso per la presidenza, e sono il solo che può correggerle”. Del resto, ricordano i suoi pretoriani, nelle carte che una fonte anonima ha recapitato, a mezzo posta, al giornale non c’è nulla di illegale, soltanto una colossale perdita che sembra fatta apposta per giustificare il successivo aggiramento delle imposte.

 

Si tratterebbe peraltro di una perdita di denaro verosimilmente non suo, perché è almeno da quando il padre di Donald, Fred, è diventato il re delle case popolari di Brooklyn, che la famiglia si attiene scrupolosamente alla seconda regola non scritta del perfetto immobiliarista: mai usare i propri soldi. Di fronte a questo spettacolo i repubblicani che sono rimasti sul carro nonostante la personalità del candidato, magari per tenere insieme i pezzi di un partito che è in crisi da tempo, svicolano. Marco Rubio ha detto che non ha guardato il dibattito di lunedì scorso perché era “in aereo”, lo speaker della Camera Paul Ryan stava facendo esercizi in palestra quando Trump ha fatto la sua tweetstorm sulle accuse dell’ex Miss Universo.

 

Mitch McConnell, leader repubblicano al Senato, rifiuta di commentare le vicissitudini del candidato del suo partito. I maggiorenti del Gop erano distratti quando ha messo in discussione la fedeltà di Hillary Clinton al marito e pure quando il suo scudiero Roger Stone ha rilanciato per l’ennesima volta la storia di Danney Williams, un trentenne dell’Arkansas che sostiene di essere il figlio illegittimo di Bill Clinton. A sostegno della tesi c’è l’account Facebook dell’interessato, dove si fa chiamare Danney Williams-Clinton, e il fatto che, a dire di Stone, la prostituta cocainomane da cui è nato aveva come unico cliente bianco Bill. E Danney è chiaramente mulatto.  Questa imbarazzata discrasia è la sintesi del momento più difficile della campagna elettorale per Trump, iniziato la settimana scorsa con il dibattito della Hofstra University. Hillary ha vinto il confronto così apertamente che al “Saturday Night Live” Kate McKinnon, la sua imitatrice, aveva le lacrime per la gioia: “Non pensavo potesse andare così bene!”.

 

La disputa su Alicia Machado, ex modella che ha denunciato le umiliazioni subite da Trump, ha approfondito la tendenza negativa, e infine è arrivata la scoperta del New York Times, che peraltro potrebbe provenire dalla scrivania di Marla Maples, la seconda moglie di Trump che all’epoca dei fatti contestati era ancora insieme al magnate. Un’eventuale vendetta sentimentale aggiungerebbe un tocco femminile alle vicende che hanno ulteriormente diviso i sostenitori di Trump. Come ha detto il capo del Partito repubblicano in Ohio, Matt Borges: “Quand’è che finirà questo incubo?”.

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