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Chi sta dietro al Trump digitale

Le teste di due manager della campagna sono già saltate, e la macchina ha cambiato assetto e trazione diverse volte. Ma l’analogico Donald ha un hipster di fiducia per traghettare la sua campagna nell’èra post televisiva.

7 Settembre 2016 alle 10:24

Chi sta dietro al Trump digitale

Cincinnati, Donald Trump all'American Legion National Convention (foto LaPresse)

New York. La squadra elettorale di Donald Trump è governata con un turnover forsennato, riflesso della ciclotimia di un capo che ha fatto fortuna affinando l’antica arte del licenziamento. Le teste di due manager della campagna sono già saltate, e la macchina ha cambiato assetto e trazione diverse volte. Il punto fermo in questo continuo ondeggiare si chiama Brad Parscale, e se a un primo colpo d’occhio ricorda Harper Reed, il grande stregone digitale di Obama, è soltanto perché gli hipster tecnologici sono tutti barbuti allo stesso modo. Parscale è un superconsulente della Trump Organization diventato ex abrupto direttore dell’area digitale della campagna quando Corey Lewandowski è stato cacciato. Poi è arrivato Paul Manafort, e Parscale è rimasto. Infine anche Manafort è caduto in disgrazia e il quarantenne che dal suo ufficio di San Antonio dirige le operazioni digitali di Trump è rimasto ancora una volta in sella.

 


Brad Parscale (foto via Flickr)


 

Per un eroe da reality show come Trump, un populista televisivo cresciuto in ambiente analogico che si rivolge innanzitutto a un’America dove i cartelloni elettorali lungo le autostrade sono ancora importanti, l’aspetto digitale potrebbe apparire secondario; invece il modello messo a punto alla Trump Tower impone investimenti vicini allo zero sugli spot televisivi. Durante le primarie non ha speso un dollaro in pubblicità televisive, preferendo sfruttare la visibilità offerta dai network all news integrata con un uso forsennato di Twitter, e nel solo mese di luglio la compagnia di Parscale è stata la prima voce di spesa nel budget, con una parcella da oltre 8 milioni di dollari. Da maggio l’agenzia Giles-Parscale ha ricevuto dodici milioni e mezzo di dollari da Trump. Parscale non si occupa di contenuti, non controlla né regola il flusso dei tweet del candidato, non imposta la strategia di utilizzo dei social. La sua prima mansione è quella di acquistare spazi pubblicitari sui social network per individuare il target: si procede così, elettore per elettore, per stanare un pubblico solitamente inattivo e opaco, la “maggioranza silenziosa” che passa molto più tempo davanti a Facebook che a Fox News.

 

La seconda occupazione consiste nel migliorare la capacità di raccolta fondi online: a luglio il 64 per cento delle donazioni è arrivato attraverso il web, con somme in media inferiori ai duecento dollari, segni di una base che si sta muovendo. Soltanto il 36 per cento dei versamenti alla campagna di Hillary è sotto la soglia dei duecento dollari, tutto il resto viene dalle profonde tasche dei “big donors”. Lo statuario ragazzone nato a Topeka, in Kansas, e stabilito in Texas dopo la rituale immersione nella Silicon Valley è entrato nell’orbita di Trump nel 2011, quando ha vinto un appalto per un piccolo lavoro di redesign digitale. Da allora ha lavorato per Melania e per la fondazione diretta dai figli di Trump, creandosi un profilo di credibilità che è tornato utile quando Donald s’è trovato a cercare chi disegnasse una homepage per il suo comitato esplorativo. Parscale è stata la scelta naturale, ed è sopravvissuto per oltre un anno alle idiosincrasie del capo. Trump gli ha perfino perdonato la svista di non aver acquistato il dominio TrumpPence.gop, che ora porta dritto a una petizione del portale NeverTrump.com.

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