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La piazza di Barcellona contro la sindaca-occupy

Scontri e contestazioni per Ada Colau, eletta nel 2015 con Podemos e oggi contestata dai suoi vecchi amici. La ragione? Lo sgombero di un centro sociale.

29 Maggio 2016 alle 06:15

La piazza di Barcellona contro la sindaca-occupy

Proteste contro l'esproprio di una vecchia sede di una banca occupata a Barcellona (foto LaPresse)

Roma. A un anno esatto dalla sua vittoria al comune di Barcellona, il Guardian l’ha incoronata ieri “il sindaco più radicale del mondo”. Ma da lunedì scorso Ada Colau, eletta il 24 maggio del 2015 con Barcelona en Comú, costola catalana di Podemos, sta vivendo, forse per la prima volta in maniera così plateale da quando è diventata sindaco, la strana sensazione di un ribaltamento dei ruoli. Eroina dei movimenti antisistema e della sinistra radicale, la sindaca deve le sue fortune politiche soprattutto al suo ruolo di attivista per il diritto alla casa. Nel 2009 fu tra le fondatrici della Pah, movimento nato per difendere le migliaia di cittadini sfrattati e colpiti da ipoteca a causa della crisi finanziaria. Come leader della Pah, nel 2013 parlò davanti al Parlamento spagnolo in un’audizione diventata famosa, in cui definiva la banche e le istituzioni finanziarie come criminali da processare e che la trasformò definitivamente in un’icona ultraprogressista. Ma a un anno dall’inizio trionfale della sua amministrazione, anche Colau è stata travolta dalla realtà dura del governo. Da lunedì, nel quartiere vivacissimo di Gràcia, la sindaca assiste impotente alle dimostrazioni sempre più violente di attivisti, centri sociali e di quei difensori dei diritti per la casa che fino a pochi mesi fa erano i suoi compagni, e che oggi promettono di essere “il suo peggiore incubo”. La ragione? Lo sgombero di un centro sociale.

 


Il sindaco di Barcellona Ada Colau (foto LaPresse)


 

Lunedì i Mossos d’Esquadra, la polizia della regione catalana (che non dipende dal comune), hanno sloggiato gli occupanti di Banc Expropiat, vecchia sede di una banca occupata dal 2011 da gruppi di attivisti di sinistra. Colau stessa aveva più volte elogiato le attività di Banc Expropiat a sostegno della comunità locale, ma alla fine ha dovuto cedere allo sgombero per ragioni economiche: su decisione dell’amministrazione precedente, il comune di Barcellona pagava al posto degli occupanti l’affitto dell’immobile al suo proprietario privato, e quando le spese si sono gonfiate fino a 65 mila euro, è stato chiaro che ormai erano diventate insostenibili (ieri l’ex sindaco Xavier Trias è stato messo sotto indagine per questa decisione). Così la paladina delle case occupate e dei diritti degli sfrattati ha deciso di non pagare più per loro, condannandoli allo sgombero. Il tutto, ironia della sorte, per recuperare l’edificio di una vecchia banca.

 

Le violenze da parte dei movimenti sono iniziate lunedì verso le 22, quando alcune decine di manifestanti, poi diventati sempre di più, si sono riuniti a Plaça de la Revolució per cercare di accedere all’edificio sigillato. Non ci sono riusciti, e hanno iniziato così a dare fuoco alle auto e ai cassonetti lì intorno, distruggendo poi le vetrine dei negozi e delle banche. I Mossos sono intervenuti con manganellate e proiettili di gomma. Da lunedì, gli scontri si sono ripetuti per tre sere di fila (i manifestanti ne hanno promesse almeno cinque) e il bilancio totale è di tre arresti e 33 feriti, ben divisi tra poliziotti e manifestanti. Colau, davanti alla rivolta di quella parte di mondo che ha sempre considerato come la sua e che adesso la vede come il nemico da battere, è sembrata spaesata. In questi giorni ha dovuto fare un’altra doccia di realismo politico accettando un’alleanza con i socialisti del Psc per puntellare il suo governo (finora gestito senza la maggioranza all’assemblea locale), dopo mesi di lunghi tira e molla massimalisti.

 

Davanti alle violenze, ha espresso la sua condanna, ma ha detto che “è difficile intervenire” in una situazione così, si è lamentata del fatto che i movimenti non le vogliono parlare (“non ho interlocutori”), infine ha detto che magari gli occupanti e gli abitanti del quartiere potrebbero mettersi d’accordo tra loro (immaginiamo la gioia di questi ultimi).
Nell’ultimo anno Colau ha provato a trasformare la città nella vetrina del buongoverno degli antisistema. Ha cercato di mostrare agli spagnoli e al mondo che, nonostante il suo passato recentissimo di paladina di realtà decisamente lontane dal mondo delle istituzioni, sarebbe riuscita ad amministrare a puntino il caos della quarta città più visitata d’Europa, e al tempo stesso a trasformarla in un laboratorio di solidarietà e giustizia sociale. Vasto programma, che evidentemente le è sfuggito di mano.

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