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Chi è Philippe Martinez, il sindacalista rosso che vuole riportare indietro la Francia

Martinez è il capo delle proteste che da giorni stanno bloccando il paese e tenendo in ostaggio il governo sulla loi travail. Baffo staliniano, fare autoritario, ecco la nemesi di Valls e Macron.

27 Maggio 2016 alle 17:50

Chi è Philippe Martinez, il sindacalista rosso che vuole riportare indietro la Francia

Philippe Martinez (foto LaPresse)

Parigi. Per il magazine Challenges è il “Zola low cost della Cgt”, con un Super-io goscista e un Es stalinista. Il Monde lo ha eletto “commander in chief ” della mobilitazione nazionale contro la riforma del Lavoro e guida dell’opposizione giacobina, mentre per il Figaro, Philippe Martinez, il numero uno del sindacato più massiccio e politicizzato d’oltralpe, è solamente “l’uomo che vuole mettere in ginocchio la Francia”. Fino a qualche mese fa, il suo baffo staliniano e suoi toni tribunizi erano poco conosciuti al grande pubblico, ma ora il suo volto e le sue sfuriate campeggiano su tutte le prime pagine dei giornali francesi.

 

Nato nella banlieue ovest di Parigi da una famiglia di immigrati spagnoli (padre operaio, madre donna delle pulizie), nel 1982 Martinez inizia a lavorare come tecnico metalmeccanico negli stabilimenti Renault di Boulogne-Billancourt, divenendo quindici anni dopo delegato sindacale centrale della Cgt. Tessera del Pcf fin dall’adolescenza, già da piccolo dava molto peso alle differenze sociali: “Quando giocavamo a cow-boy e agli indiani, voleva sempre essere un indiano, per stare dalla parte degli oppressi”, racconta Rayanl Devalloir, uno dei suoi amici d’infanzia, oggi vicesindaco di Saint-Martin-de-Nigelles (Eure-et-Loir). E quando a gennaio di quest’anno, in occasione del tradizionale scambio di auguri tra gli attori sociali francesi, viene chiamato all’Eliseo, decide di presentarsi senza cravatta perché “troppo borghese” a bordo della sua Renault Scénic.

 

Alle accuse di avere un baffo che fa un po’ troppo “macho”, Martinez risponde con arringhe in favore delle femministe, come quella pronunciata il 4 marzo 2015 per i 120 anni della Cgt, in cui ha ricordato con fervore la nascita del mensile “Antoinette”, bibbia delle suffragette francesi. A chi lo accusa di essere dispotico e di tenere in ostaggio la Francia, lui ribatte che il “clima di odio” che regna nel paese è stato creato dal governo e dal patronato, e dunque non c’è altro modo per rispondere.

 


In una vignetta apparsa ieri in prima pagina, l’Opinion ha rappresentato i protagonisti della loi travail come i personaggi del film Disney Inside Out. Da destra a sinistra: Najat Vallaud-Belkacem, ministra dell’Istruzione, Bernard Cazeneuve, ministro dell’Interno, Manuel Valls, primo ministro, Michel Sapin, ministro delle Finanze. Dietro a tutti, intimorita dalla collera di Valls, Myriam El Khomri, ministra del Lavoro e promotrice della riforma.


 

Due anni fa, prima della sua ascesa folgorante che lo ha portato a guidare la Cgt, il suo nome non figurava tra gli squali che si contendevano il ruolo di successore di Bernard Thibault e in seguito di Thierry Lepaon (defenestrato nel 2014 per un affaire di spese pazze). Ma grazie a un lavoro certosino dietro le quinte e all’appoggio della compagna, Nathalie Gamiochipi (direttrice dell’influente Federazione Cgt della Sanità), la sua linea dura è riuscita a ottenere il 3 febbraio 2015 il 93,4 per cento di voti al Comitato confederale nazionale (Ccn). In pochi ricordano che quell'elezione fu una specie di golpe, che il baffo oggi più conosciuto di Francia – assieme a quello di Edwy Plenel, direttore di Mediapart – aveva approfittato di metodi assai poco democratici per prendere il controllo del sindacatone. Fu la compagna a portarlo al vertice della Cgt, tramite una manovra che le costò poi la cacciata. Voltando le spalle al mandato imperativo che le era stato conferito dalla Cgt Santé che dirigeva, il 13 gennaio 2015 Gamiochipi votò per un nuovo ufficio confederale con al vertice proprio il suo compagno, Martinez. Il giorno prima, il 76 per cento della Federazione della Sanità (in totale conta 76.000 iscritti ed è la seconda federazione della Cgt per dimensioni) aveva manifestato la sua ferma contrarietà a Martinez. Grazie al sostegno della compagna, Martinez ottiene la nomina a segretario del sindacato al secondo scrutinio. Ma Gamiochipi, dopo essersi sacrificata per lui, è silurata dalla direzione della Cgt Santé, e accusata di essersi macchiata della peggiore infamia per il sindacato rosso: il "deni de démocratie", la negazione della democrazia.

 

Nei primi mesi da segretario generale del supersindacato rosso, Martinez si fa conoscere per le sue dure prese di posizione contro la legge Macron sulle liberalizzazioni, per un programma che invoca un passaggio dalle 35 alle 32 ore, per il suo decisionismo e la sua capacità a serrare i ranghi, ma la sua figura resta nell’ombra. Poi, a marzo, dopo la prima mobilitazione contro la riforma del lavoro, intuisce che c’è il clima sociale giusto per far sentire la voce del sindacato.

 

E così, nel periodo forse più difficile attraversato dalla Cgt, con un’immagine appannata dallo scandalo Lepaon e dalle innumerevoli divisioni interne, Martinez riesce a serrare le fila dei suoi uomini e a federare le altre sigle sindacali FO, FSU, Solidaires, UNEF, UNL, FIDL nella guerra totale contro l’esecutivo, riuscendo ad assumere rapidamente le vesti di leader nazionale e principale oppositore della loi travail. Invocando senza sosta la “generalizzazione degli scioperi”, Martinez è per molti l’emblema della conservazione, di un vecchio mondo che parla un linguaggio anacronistico e forforoso. Per l’ultrasinistra, invece, è il grande santo protettore dei diritti dei lavoratori.

 

I suoi attacchi frontali contro il primo ministro Manuel Valls stanno mettendo in seria difficoltà il governo socialista, che ha dato ieri i primi segni di cedimento, e infiammando i fogli della gauche radicale. L’Humanité, storico giornale del Pcf, è stato l’unico, ieri, a pubblicare l’intervento di Martinez, dove il leader della Cgt ha spiegato le ragioni della sua avversione frontale contro la legge El Khomri. Tutti gli altri quotidiani, ossia quelli che si sono rifiutati di pubblicare la sua tribune, non hanno invece potuto andare in stampa, perché la Filpac-Cgt ha bloccato le rotative. “Una scandalosa intrusione del sindacato nei contenuti dei media deve essere denunciata come un deplorevole attacco alla democrazia”, ha scritto Nicolas Beytout, direttore dell’Opinion. “Non abbiamo mai pubblicato comunicati sotto pressione e non lo faremo mai”, ha dichiarato il direttore di Libération Laurent Joffrin.

 

Ma intanto l’escalation continua. E dopo le manifestazioni oceaniche, gli scontri tra dimostranti e polizia, gli indignados di Nuit Debout, gli scioperi delle raffinerie, delle centrali nucleari, delle ferrovie francesi, degli aeroporti, degli scali portuali e delle stamperie, ora Martinez punta dritto al campionato europeo di calcio che inizierà in Francia fra quindici giorni. Con un imperativo: paralizzare il paese per costringere l’esecutivo a fare un passo indietro sulla riforma più contestata degli ultimi anni.

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