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Il nuovo presidente delle Filippine ha insultato ancora la chiesa cattolica

Duterte ha definito i vescovi del paese con epiteti poco felici, e adesso rischia di mettersi contro l'80 per cento dei cattolici del paese.

24 Maggio 2016 alle 17:09

Il nuovo presidente delle Filippine ha insultato ancora la chiesa cattolica

Foto LaPresse

E' una guerra dichiarata, quella tra la chiesa cattolica e Rodrigo Duterte, che dal 1988 è sindaco di Davao e dal 9 maggio scorso è il presidente in pectore delle Filippine. E la situazione rischia di degenerare, visto che il paese è l'unico a maggioranza cattolica del sud est asiatico, ma in alcune zone l'estremismo islamico è particolarmente violento. Sono passate poco più di due settimane dalla sua elezione, e quello che i commentatori internazionali hanno definito "il Trump asiatico", per le sue sparate populiste durante la compagna elettorale, si è già spinto oltre ogni immaginazione. In un'intervista alla ABS-CBN sabato, Duterte ha definito i vescovi delle Filippine – letteralmente – dei "figli di puttana". Il motivo? Lo scorso anno, durante la visita ufficiale di Papa Francesco a Manila, Duterte aveva chiamato il Pontefice "uno stronzo", per via del traffico creato dalla sua delegazione – e qualche vescovo aveva avuto l'ardire di criticarlo. "Ipocriti!", ha detto il neo-eletto presidente filippino. Domenica poi è tornato alla carica. Durante una conferenza stampa a Davao, Duterte ha detto che la chiesa cattolica non solo "chiede aiuti politici", ma apoggia la rapidissima crescita demografica del paese, che secondo il neoeletto presidente rischierebbe di far collassare il sistema economico. La chiesa delle Filippine, del resto, fa il lavoro della chiesa: nel 2012 ha contestato la legge sulla distribuzione di contraccettivi, e da sempre si oppone a un eventuale piano di controllo delle nascite.

 

Duterte – che si definisce "cristiano" – ha detto di essere pronto a sfidare i vescovi approvando una legge "sui tre figli", limitando per decreto la prole delle famiglie filippine. Proprio come la Cina della pianificazione famigliare, che dopo sessant'anni è stata costretta ad ammettere il fallimento della legge sul controllo delle nascite. Ma non è solo su questo, che Duterte e la chiesa cattolica filippina si scontrano. C'è il tema della pena di morte, che Rodrigo ha sbandierato durante tutta la campagna elettorale e contro la quale la chiesa filippina si batte. E poi ci sono motivi politici. Subito prima delle elezioni del 9 maggio scorso, la Conferenza episcopale delle Filippine aveva diffuso un comunicato chiedendo ai filippini di votare per candidati "moralmente accettabili", senza nominarlo, ma riferendosi evidentemente a Duterte (lui ha ammesso di aver tradito la sua ex moglie, e di far uso di Viagra).  Dopo la vittoria, però, la chiesa aveva teso una mano al nemico.

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