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Con la virata sulle tasse, Trump vìola l’ultimo dogma repubblicano

Più tasse ai ricchi, dice The Donald, che poi ritratta e rimastica, al solito infischiandosene della coerenza

10 Maggio 2016 alle 06:18

Con la virata sulle tasse, Trump vìola l’ultimo dogma repubblicano

Alcuni sostenitori di Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Seguendo un canovaccio collaudato, Donald Trump ha contraddetto alcune idee fondamentali del suo programma, poi ha spiegato di essere stato frainteso, ha nuovamente modificato, ma con ambiguo garbo, la posizione iniziale e infine ha distratto tutti saltando di palo in frasca e facendo un nuovo annuncio. La coerenza è un’ossessione per piccole menti, diceva Ralph Waldo Emerson. Domenica il candidato repubblicano ha detto che è “pronto a pagare più tasse, e i ricchi sono pronti a fare lo stesso”, eventualità che contraddice direttamente il suo piano di riforma fiscale, dove i più ricchi dovrebbero godere di un taglio che porterebbe l’aliquota dal 39,6 per cento attuale al 25 per cento. I calcoli della Tax Foundation dicono che il piano di Trump costerà circa 10 mila miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, e la previsione tiene conto della crescita economica che genererebbe, ma di fronte alle obiezioni sulla praticabilità del progetto è rimasto fedele a una logica del taglio profondo, radicale delle tasse. Poi è arrivata la virata. Lui s’è affrettato a spiegare che il suo piano fiscale non è in realtà un piano, ma una base negoziale da cui partire per trovare il “deal”, l’affare, un’impossibile boutade lanciata per alzare la posta “non mi illudo che il mio piano passi”, ha detto Trump, spiegando che “la priorità della protezione della middle class potrebbe causare l’aumento delle tasse per i ricchi”. In condizioni normali sarebbe un’inaccettabile contraddizione.

 

Un “flip-flop” sulle tasse potrebbe silurare i politici più solidi, e ne sa qualcosa Bush senior, che pagò a carissimo prezzo l’innalzamento delle tasse dopo la famosa promessa: “Read my lips, no new taxes”. Ma nelle condizioni eccezionali del presente la contraddizione nasce già depotenziata, annacquata. Trump è stato a lungo un sostenitore dell’aumento delle tasse per i ricchi. Nel 1999, quando per diversi mesi ha lavorato alla candidatura, diceva cose che non stonerebbero in un comizio di Bernie Sanders: “Secondo i miei calcoli, l’1 per cento degli americani che controlla il 90 per cento della ricchezza in questo paese sarà penalizzato dal mio piano, il restante 99 per cento avrà profondi tagli delle tasse”. Quello, però, era l’improbabile candidato di una forza alternativa, non il rappresentante del partito che negli ultimi decenni ha eletto il taglio delle tasse a unico dogma indiscutibile.

 

Dagli anni Ottanta il giuramento contro l’aumento delle tasse è un momento simbolico rilevante per i candidati conservatori. Mettendo in discussione l’ortodossia fiscale, Trump sfida direttamente l’establishment repubblicano che ha già sbaragliato con i voti alle primarie, ma che ora deve prendere posizione. Bill Kristol, intellettuale neocon e agitatore dell’ala anti Trump intransigente, quella che sta cercando un terzo candidato, sostiene che innanzitutto “non è un problema di politiche, ma di carattere”, ma il cambio di registro sulle tasse segnala frizioni più ampie. Come ha sintetizzato Ross Douthat sul New York Times, Trump contraddice i tre pilastri della visione reaganiana: “Il conservatorismo sociale, l’economia di mercato e l’internazionalismo falco”. In questa strategia generale della decostruzione, c’è anche un messaggio politico particolare. Il destinatario è Paul Ryan, lo speaker della Camera che ha i galloni dell’impeccabile tagliatore di tasse, un’incarnazione del reaganismo di nuova generazione, e che ha detto di non essere pronto, al momento, a sostenere Trump. Il candidato non ha preso bene l’epochè di Ryan, minacciando di togliergli il ruolo di capo della convention – in quanto candidato “presunto” ha il potere di farlo – mentre Sarah Palin diceva che “la carriera di Ryan è finita” e istantaneamente cresceva la campagna per disarcionarlo alle elezioni. Poi Trump ha moderato i toni, ha detto che Ryan gli è “sempre piaciuto” e i due si incontreranno con grande cordialità giovedì. E ha nominato Chris Christie a capo del “transition team”, l’organo che in autunno gestirà l’insediamento della nuova Amministrazione alla Casa Bianca.

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