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L’America proclamata da Trump è “great”, ma non è eccezionale

Il candidato rifiuta la premessa universalista che accomuna la politica estera di Reagan, Bush, Clinton e Obama

29 Aprile 2016 alle 10:32

L’America proclamata da Trump è “great”, ma non è eccezionale

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Nel discorso sulla politica estera organizzato mercoledì dal Center for the National Interest, Donald Trump ha messo un qualche ordine nel confuso e contraddittorio stillicidio di tweet e slogan con cui aveva fin qui rappresentato la sua visione della politica internazionale. Ha ufficialmente appuntato il vecchio motto “America First”, già citato in altre occasioni, come tema dominante della campagna, e non è chiaro quanto il candidato e i suoi collaboratori abbiano riflettuto sul significato storico di un’espressione diventata famosa negli anni Trenta, quando sul carro di “America First” sono finiti intellettuali rispettabili votati in buona fede alla causa della neutralità e meno rispettabili figure che osservavano compiaciute i sommovimenti fascisti dall’altra parte dell’Atlantico. Comunque sia, Trump ha chiarito la sua adesione a una visione realista e nazionalista della politica estera.

 

La partita che si svolge all’interno dei confini, postula Trump, viene prima di qualunque altro problema di stabilità globale, e figurarsi se gli Stati Uniti devono occuparsi di progetti a sfondo ideale come l’esportazione della democrazia o il sostegno alle ribellioni contro regimi repressivi. E’ appena naturale che abbia tenuto il discorso sotto le insegne del think tank fondato da Richard Nixon, lui che è stato definito dal politologo Crispin Rovere un “realista nixoniano-kissingeriano”. Ma nel definire, pur nella solita confusione verbale e d’intonazione, il suo paradigma di riferimento quando si tratta di rapporti internazionali, Trump si è spinto anche un passo oltre, lasciando intravedere importanti scorci di una filosofia implicita: “Non cederemo più alle false sirene del globalismo”, ha detto Trump, introducendo il cuore della questione nazionalista: “Lo stato-nazione rimane il vero fondamento della felicità e dell’armonia. Sono scettico nei confronti di consessi internazionali che ci legano e portano giù l’America, e non accetterò mai accordi che riducono l’abilità di controllare i nostri affari”.

 

Trump non ragiona nell’ottica degli stati nazionali soltanto perché la globalizzazione a trazione americana ha avuto qualche incidente di percorso, ma perché è convinto che l’ambito della nazione sia niente meno che “il fondamento della felicità e dell’armonia”. Il globalismo è il male oscuro che minaccia la felicità americana. Si tratta di una rivoluzione copernicana non soltanto rispetto a una visione democratica, ma è l’opposto di una visione internazionalista che innerva in modo trasversale il dibattito americano. L’internazionalismo unisce i Bush e i Clinton, Reagan e Woodrow Wilson, i neoconservatori e la sinistra cosmopolita di Hillary; la Freedom Agenda di George W. Bush mostra differenze metodologiche e tattiche enormi rispetto all’ambivalente “dottrina Obama” – il ricorso alla forza militare è solo la distinzione più evidente –  ma entrambe le strategie poggiano su una comune concezione liberale e universalista.

 

Il critico Lionel Trilling alludeva a questo comune denominatore quando, negli anni Cinquanta, scriveva che “negli Stati Uniti il liberalismo non è soltanto la tradizione dominante, ma è l’unica tradizione intellettuale”. Questa tradizione dominante nei circoli della politica estera di entrambi i partiti poggia, a sua volta, sulla nozione dell’eccezionalismo americano, espressione coniata da Tocqueville e poi rimasticata da generazione di intellettuali per indicare quel quid che distingue la vocazione americana da quella di qualunque altra società umana mai costituita: “In questa visione, l’America è eccezionale non perché è una nazione unica, ma perché è diventata la ‘nazione universale’”, scriveva Samuel Huntington, constatando la progressiva coincidenza fra il destino americano e quello globale. Seguendo questa premessa si arriva alla conclusione che il progetto americano è superiore, per profondità naturale, a quello di qualunque altro stato: laddove i secondi esprimono punti di vista particolari e limitati, la prima incarna verità universali ed esportabili a livello globale.

 

Che l’America, costituita ex novo al di fuori di uno schema etnico e nazionalista, sia un’idea connotata moralmente e non una nazione “come le altre” è un concetto talmente ripetuto da essersi cristallizzato in luogo comune. Trump vuole scardinare la premessa condivisa della politica estera americana. L’America immaginata da Trump è “great” nel senso che è florida e potente abbastanza da controllare il proprio destino e modellare il proprio carattere nazionale, ma non è un angelo del liberalismo che annuncia al mondo la venuta di una nuova era, non è l’evangelica “città sulla collina” che guida tutte le altre nazioni con il suo luminoso esempio. Reagan ha parlato per tutta la vita di questa immagine che getta l’America nell’orizzonte ineffabile del destino, e nulla toglie alla sua concezione il fatto che poi, alla prova dei fatti, il grande presidente repubblicano abbia agito con estrema prudenza nella risoluzione delle controversie internazionali. Essere eccezionalisti non significa avere sempre il dito sul grilletto. Significa, però, porre un’idea universale (o universalizzabile) a “fondamento della felicità e dell’armonia”.

 

Oltre alle affinità elettive con Putin
Il discorso di Trump ha mostrato in maniera chiara il suo carattere antieccezionalista, intimamente estraneo alla tradizione liberale che ha fatto da base a una politica estera condivisa nei principi, se non nei metodi di esecuzione. Il tratto universale dell’idea americana è estraneo agli istinti trumpiani, che si giocano invece nello spazio di uno stato-nazione al centro del quale zampilla la polla sorgiva dell’identità. “E’ estremamente pericoloso incoraggiare le persone a vedersi come eccezionali”, scriveva Vladimir Putin in un affilato editoriale apparso sul New York Times del 2013, nel mezzo della crisi ucraina, e certamente Trump concorderebbe con un’affermazione del genere, e non soltanto per una questione di affinità elettive fra “strongmen”. Ma perché c’è una certa differenza fra una nazione “great” e una nazione eccezionale.

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