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Primarie in Wisconsin: inaugurata una fase della corsa elettorale

Trump gioca fuori casa contro una destra locale più testa che pancia. Bernie Sanders cerca di tenere vivo il fuoco

5 Aprile 2016 alle 03:43

Primarie in Wisconsin: inaugurata una fase della corsa elettorale

Donal Trump firma autografi dopo il suo discorso in Wisconsin

New York. Il Partito repubblicano è nato ufficialmente in Wisconsin nel 1854 e “se votate per Donald Trump morirà qui”, recita lo slogan di una massiccia campagna creata dal fronte “Never Trump” per fare dello stato di Milwaukee un argine di resistenza alla marea trumpiana. Oggi si tengono le primarie di entrambi i partiti, e in modi diversi il Wisconsin è una potenziale pietra d’inciampo per i due frontrunner, che attraversano una certa fase di flessione. Trump gioca fuori casa. L’elettorato conservatore del Wisconsin è un blocco solido e pragmatico più portato a sentire affinità con il secchione locale Paul Ryan, speaker della Camera, che a provare moti di nostalgia per il senatore Joseph McCarthy.

 

L’onda lunga della crisi economica non ha travolto completamente il Wisconsin, stato che sotto la guida del governatore Scott Walker ha promosso un modello di sviluppo a bassa pressione fiscale e libero dalle pastoie del corporativismo sindacale. Le riforme business friendly attirano le aziende e la disoccupazione è quasi mezzo punto sotto la media nazionale. Qualunque cosa si possa pensare delle velleità nazionali di Walker, protagonista di una campagna presidenziale breve e infelice, a livello locale è stato un conservatore “no-nonsense”, come si dice, che ha sistemato i conti e vinto tre volte le elezioni, una delle quali è stata un’eroica “recall election” dopo che i suoi avversari avevano contestato il mandato con una mozione di sfiducia. Il Partito repubblicano del Wisconsin è il simbolo di una destra che funziona, più di testa che di pancia, non è un naturale catalizzatore di quella frustrazione a sfondo protezionista che alimenta la corsa di Trump. Come ha scritto il Wall Street Journal: “Trump è stato in grado di sconfiggere Walker nella corsa presidenziale, ma non sarà in grado di convincere gli elettori a non credere in ciò che hanno visto con i loro occhi”.

 

Trump ha già dimostrato di essere in grado di produrre fenomenali illusioni ottiche, ma al voto del Wisconsin chi arriva favorito è l’inseguitore Ted Cruz, che ha ricevuto l’endorsement di Walker. La speranza del senatore texano è trasformare questa tappa delle primarie nel trampolino per un’inversione di tendenza. Il ragionamento non è innanzitutto sui numeri: ogni delegato conta, ma i 42 del Wisconsin (assegnati secondo il meccanismo “winner takes most”, un maggioritario corretto) non sono determinanti per costruire una vittoria di Cruz, che punta a sopravvivere il più a lungo possibile senza che la matematica lo condanni a non ottenere i 1.237 delegati che servono per assicurarsi la nomination. A questo punto si ragiona per sottrazione, la misura della vittoria la fornisce l’entità del danno inflitto a Trump, il quale si gioca delegato per delegato la possibilità di arrivare a luglio con la nomination in tasca. Ma il Wisconsin è soprattutto un test politico. Se Trump dovesse perdere sarebbe un rallentamento significativo, ma non determinante, della sua corsa; se vince, si tratterebbe di un colpo brutale alla legittimità politica di un partito che sta macchinando in ogni modo per togliergli la nomination con un colpo di mano.

 

In casa democratica, invece, la sfida è sul “momentum”, lo slancio favorevole, la rincorsa che permette di superare la salita successiva. Bernie Sanders è leggermente favorito su Hillary Clinton, e arriva da cinque vittorie consecutive che hanno praticamente chiuso la stagione dei “caucus”, format elettorale dove il giovane entusiasmo degli attivisti di Sanders rende particolarmente bene. Si tratta dunque di fare un gesto inconsulto nella logica di Bernie, ovvero capitalizzare, per superare quella soglia di popolarità necessaria a rendere credibile la (difficilissima) conquista dello stato di New York il 19 aprile, dove l’ex senatrice spadroneggia, nonostante che l’accento locale sia Bernie ad averlo. E’ un pattern: il pugnace Bernie mette insieme momenti di entusiasmo nella speranza di spiccare un balzo decisivo, Hillary macina con rigore, metodo, sconfinate capacità operative e freddezza talvolta meccanica la maratona per la conquista della nomination.

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