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Perché la condanna di Karadzic continua ossessionare la Bosnia

L’ex leader serbo è stato condannato per crimini di guerra e contro l’umanità. Anche per i fatti di Srebrenica. Per le vittime non è abbastanza (mancano altri sette genocidi), e intanto i serbi dedicano edifici in suo onore.

 

24 Marzo 2016 alle 17:03

Perché la condanna di Karadzic continua ossessionare la Bosnia

Genocidio Bosnia, Radovan Karadzic condannato a 40 anni (foto LaPresse)

Sarajevo. Il Tribunale penale per i crimini commessi in ex Jugoslavia ha condannato l'ex leader dei serbi di Bosnia Erzegovina Radovan Karadzic a quarant'anni di detenzione in primo grado, ritenendolo colpevole di crimini di guerra e crimini contro l'umanità tra i quali spicca il genocidio commesso nel 1995 a Srebrenica, quando più di ottomila civili bosgnacco-musulmani (una delle popolazioni della Bosnia Erzegovina) furono massacrati dalle truppe serbe di Ratko Mladic.

 

Radovan Karadzic, che oggi ha settant'anni, fu il primo presidente della Republika Srpska (Rs), l'entità creata nel 1991 dai serbi di Bosnia Erzegovina in reazione al desiderio degli altri due "popoli costitutivi" del paese, Croati e Bosgnacchi, di dichiarare l'indipendenza da Belgrado. In qualità di presidente di RS e di comandante supremo dell'esercito, Karadzic è stato giudicato colpevole di alcuni dei crimini più atroci della guerra in Bosnia Erzegovina: oltre al genocidio di Srebrenica, la Corte lo ha ritenuto colpevole per l'assedio della capitale bosniaca Sarajevo (il più lungo della storia moderna), per avere perseguitato e sterminato la popolazione bosgnacca e croata di 20 municipalità del paese e di avere preso in ostaggio dei caschi blu dell'Onu.

 

Questa è la fine di un processo iniziato nel 2009, durante il quale Karadzic ha sempre sostenuto la sua innocenza, scegliendo anche di non avvalersi di un avvocato. La pulizia etnica, nelle sue parole, non sarebbe mai avvenuta – le persone se ne andavano dal paese "di propria volontà", ha dichiarato durante le sessioni del processo, criticando anche l'autorità del Tribunale penale internazionale, da lui definito "un organo controllato dalla Nato" e creato esclusivamente per trascinare il popolo serbo sul banco degli imputati.

 

La sentenza, che è stata emessa nello stesso giorno in cui la Serbia ricorda l'inizio dei bombardamenti della Nato sul proprio territorio nel 1999, è stata vissuta in modo completamente diverso a Sarajevo e a Banja Luka, il centro amministrativo e politico della Republika Srpska. Milorad Dodik, il presidente di Rs, ha commentato definendo il Tpi "un'istituzione politica" le cui sentenze non farebbero altro che "aumentare la tensione nella regione". Solo domenica scorsa aveva inaugurato a Pale, che durante la guerra era la capitale del territorio controllato dai serbi, un dormitorio per gli studenti intitolato proprio a Radovan Karadzic.

 

La sentenza non accontenta nemmeno le ex vittime. Da una parte erano in tanti a chiedere per Karadzic la condanna all'ergastolo. Dall'altra, l’ex leader serbo è stato assolto da quella che forse era l'accusa per molti versi più importante dal punto di vista simbolico – l'accusa di avere commesso un genocidio anche in altre sette municipalità dove la pulizia etnica fu particolarmente violenta contro i non serbi nel 1992: Bratunac, Foča, Ključ, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. "Il genocidio a Srebrenica è stato dimostrato migliaia di volte, ci aspettavamo che fosse provato anche per gli altri territori", ha dichiarato Munira Subasic, la presidente del movimento delle Madri di Srebrenica, che si è recata assieme ad altre centinaia di vittime all'Aia per seguire la sentenza: "Non abbiamo ottenuto la giustizia che abbiamo atteso per 20 anni".

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