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Perché in Pakistan un assassino islamista è quasi un eroe popolare

Proteste in tutto il paese per la condanna a morte di Mumtaz Qadri. Uccise il governatore laico del Punjab che voleva riformare la legge sulla blasfemia contro l’islam e il Corano

1 Marzo 2016 alle 11:42

Perché in Pakistan un assassino islamista è quasi un eroe popolare

L'impiccagione di Mumtaz Qadri, il killer che nel 2011 uccise l'ex governatore riformista del Punjab accusandolo di blasfemia, ha scatenato la reazione di migliaia di pachistani che lunedì si sono riversati nelle città del paese. Invase la capitale Islamabad e Rawalpindi, la città natale di Qadri, la stessa dove la condanna è stata eseguita. Qui, alcuni manifestanti hanno preso d'assalto un mezzo della televisione locale e attaccato i giornalisti. I collegamenti tra le due principali città del Punjab, Islamabad e Rawalpindi, sono stati bloccati dai manifestanti. Gli idolatri dell'assassinio del “blasfemo” hanno anche invitato i negozianti a chiudere i loro esercizi, secondo quanto riferito dai funzionari di polizia. Precedentemente diversi leader religiosi e politici, così come alcuni gruppi di militanti, avevano difeso il killer invitando le autorità a non eseguire la condanna.


Qadri balzò agli onori della cronaca nel gennaio del 2011 quando uccise a colpi di pistola il governatore riformista e liberale del Punjab, Salman Taseer. Il killer, che ben presto divenne un eroe per i fondamentalisti raffigurato su manifesti e su tuk-tuk (i taxi a due ruote tipici del Pakistan), era una guardia del corpo del politico del quale non condivideva la battaglia contro la legge sulla blasfemia. Il pomo della discordia fra i due fu la campagna di Taseer al fianco di Asia Bibi, madre cristiana condannata a morte in nome della legge antiblasfemia. Taseer invocò la grazia per la donna, aprendo il fronte antifondamentalista in Pakistan e invocando con urgenza riforme sulle durissime leggi in materia di blasfemia nel paese che prevedono la pena di morte in caso di “insulti” verso l'islam e il Corano. Leggi troppo spesso usate in modo pretestuoso contro le minoranze religiose.

 

In molti in Pakistan si schierarono contro Asia Bibi. Tra questi l'imam della più importante moschea di Peshawar, che offrì una ricca ricompensa in cambio della morte della donna. Allo stesso modo molti si misero a ballare sulla tomba del governatore Taseer, stretto collaboratore del presidente Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto. Aver perorato la causa della donna cristiana gli fece guadagnare l’odio dei gruppi islamici più radicali del paese e la sua morte fu festeggiata dall'establishment religioso, giuridico e politico come il segno dell'avanzata del pensiero fondamentalista islamico nel paese.

 

Nonostante in Pakistan le leggi sulla blasfemia prevedano la pena capitale per gli autori di insulti all'islam e al profeta Maometto, non mancano i casi in cui i fondamentalisti decidono di “prendere la legge nelle proprie mani”, come dichiarato da Qari Hanif Qureshi e Ishtiaq Shah, i due imam ritenuti gli ispiratori di Qadri. La paura di rappresaglie e violenze da parte di estremisti e fanatici è da anni un potente deterrente per gli avvocati degli imputati e soprattutto per ogni tentativo di riforma delle leggi antiblasfemia da parte dei leader pachistani.

 

[**Video_box_2**]La questione in Pakistan è a tal punto polarizzata che anche le comunità cattoliche applaudono alla pena di morte, nonostante gli appelli di Papa Francesco per l’abolizione della pena capitale. Padre Morris Jalal, fondatore di una tv cattolica di Lahore, ha dichiarato ad Asia News che “giustizia è stata fatta, nonostante la pressione dei fondamentalisti”, e ha sottolineato come l'impiccagione rappresenti “una scelta davvero coraggiosa, soprattutto per le minoranze. Questo significa che in futuro saranno scoraggiati i falsi casi di blasfemia. E’ un messaggio chiaro ai terroristi di ravvedersi”. Padre Emmanuel Yousaf Mani, direttore nazionale della Commissione giustizia e pace della Conferenza episcopale pakistana, ha invece evidenziato l'importanza della volontà politica di affrontare il terrorismo, senza sottomettersi alla pressione di quei gruppi religiosi che condannano al carcere e minacciano di morte Asia Bibi.

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