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L'Africa e la difficile transizione democratica

Domenica si vota in Niger. In Uganda ha vinto il presidente uscente mentre le opposizioni segnalano brogli. Si attendono ancora i risultati definitivi in Repubblica Centrafricana, a una settimana dalle elezioni.

21 Febbraio 2016 alle 06:27

L'Africa e la difficile transizione democratica

Foto LaPresse

L'Africa è il continente più povero del mondo, ma in rapida ascesa economica, oltre a essere in prima linea nello scontro con il jihadismo. E tutte queste contraddizioni e tensioni si riflettono nelle incertezze di un gioco democratico che nell’ultimo quarto di secolo ha messo radici, ma che al momento risulta ancora fragile. Lo si vede soprattutto nel ritardo con cui non solo si vota, ma vengono diffusi i risultati delle votazioni. Nella Repubblica Centrafricana, ad esempio, dopo una settimana ancora non si sa con certezza chi ha vinto al ballottaggio di domenica scorsa, anche se nella capitale Bangui sembrava ormai assodato il vantaggio di Faustin Archange Touadéra su Anicet-Georges Dologuélé. Il paese viene dalle tre guerre civili che hanno seguito il colpo di Stato con cui il 15 marzo 2003 il generale François Bozizé aveva preso il potere, e che a un certo punto erano degenerate in una guerra di religione tra la maggioranza cristiana e la minoranza musulmana. Non a caso Papa Francesco ha scelto proprio la cattedrale di Bangui per aprire la porta santa da cui è partito il Giubileo.

 

 

Malgrado la sorveglianza di Caschi Blu e truppe francesi, ci sono voluti ben otto rinvii prima di arrivare al voto che il 30 dicembre 2015 ha visto qualificarsi per il ballottaggio il banchiere Anicet-Georges Dologuélé, primo con il 23,82 per cento, e l’ex-rettore dell’Università di Bangui Faustin Archange Touadéra secondo con il 19,45. Entrambi sono stati primi ministri, entrambi sono tecnocrati, entrambi si proclamano socialdemocratici, entrambi sono cristiani, entrambi hanno raggiunto un modus vivendi con i seguaci dell’esiliato Bozizé. Ma Doloquélé è però considerato più un uomo dei ceti imprenditoriali, mentre Toudéra dice di stare dalla parte dei poveri. Che sono molti, nonostante il paese sia indipendente dalla Francia dal 1960 e sia ricco di oro, uranio e diamanti.

    

Non è solo la Repubblica Centrafricana ad essere andata alle urne. Giovedì si è votato anche in Uganda, dove Yoweri Museveni è presidente dal 29 gennaio 1986, quando prese il potere con le armi alla testa del movimento guerrigliero da lui fondato. All’inizio guidò il Paese come un caudillo vittorioso, poi permise elezioni, ma sulla base di candidature indipendenti e con il divieto di costituire partiti. Solo dal 2005 è stata ripristinata una democrazia piena, almeno in senso formale. E dalle presidenziali del 2006 è emerso come leader dell’opposizione Kizza Besigye, ex-medico personale di Museveni durante la guerriglia, alla testa di un Forum per il Cambio Democratico peraltro basato in gran parte su ex-militanti del Movimento di Resistenza Nazionale di Museveni, distaccatisi da lui per dissensi personali o tribali, ma soprattutto in polemica contro il suo autoritarismo personalista. Benedetto da tassi di crescita economica che hanno raggiunto il 7 per cento all’anno, ex-marxista diventato liberista, già lodato da Clinton come esponente di un nuovo modello di “buon governo africano”, Museveni ha avuto anche gli elogi di Foreign Policy per il modo in cui ha ottenuto un boom della risicoltura e della Chiesa cattolica per come ha combattuto l’epidemia di Aids senza puntare tutto sui preservativi. Anche di recente è stato osservato che l’Uganda è riuscita nei decenni a tenere a bada lo zika, pur avendo nel suo territorio la foresta da cui il virus procede. Museveni ha avuto poi l’appoggio americano nella lotta contro jihadisti e dell'Esercito di Resistenza del Signore, un gruppo armato del nord che in pratica è una versione cristiana dell’Isis. Ha appoggiato la secessione del Sud Sudan e anche i ribelli tutsi nel momento del genocidio in Ruanda, ma poi si è lasciato infilare da loro nella guerra civile del Congo. Il suo stile non proprio democratico si è però rivisto nel modo in cui ha snobbato il primo dibattito elettorale dei candidati e poi il giorno del voto quando ha brevemente fatto arrestare Besigye, per poi bloccare ai social network. Quando poi dopo lo spoglio del 37 per cento degli scrutini si è visto che lui aveva il 62 per cento contro il 33,5 del suo principale rivale e le opposizioni sono scese in piazza a denunciare brogli, Besigye è stato arrestato di nuovo.

 

E domenica 21 febbraio si vota per le politiche e per il primo turno presidenziale anche in Niger, paese in prima linea contro Boko Haram, e le cui riserve di uranio rendono la chiave di volta dell’impegno francese in Africa. Mahamadou Issoufou, il presidente uscente, si proclama socialdemocratico. Dopo le prime elezioni pluralista della storia del Paese, il 7 aprile 1993, fu per un anno e mezzo primo ministro, poi per un anno presidente dell’assemblea azionale, e candidato a tutte le presidenziali fino a quando nel 2011 non è stato eletto. Il suo principale avversario Hama Amadou, ex-primo ministro tra 1995 e 1996 e tra 2000 e 2007, è in carcere da novembre per un’accusa piuttosto intricata relativa all’attribuzione della maternità di un neonato a una donna che però non l’ha partorito. Durante la campagna elettorale è finita in carcere per dieci giorni anche Hamsou Garba, una popolare cantante a sua volta sostenitrice di Amadou. Tutti e cinque i candidati dell’opposizione si sono comunque già accordati per convergere su quello tra di loro che riuscirà a qualificarsi per il secondo turno. 

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