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Cosa c’entrano le elezioni in Niger con la guerra al terrorismo islamista

Mentre aumentano gli attacchi jihadisti anche contro occidentali, il Sahel e l’Africa occidentale si stanno radicalizzando velocemente. Le operazioni antiterrorismo di francesi e americani potrebbero non bastare.

18 Marzo 2016 alle 11:31

Cosa c’entrano le elezioni in Niger con la guerra al terrorismo islamista

Una donna al voto al primo turno delle elezioni in Niger (foto LaPresse)

“La Fenice” adesso è nell’ospedale americano di Neuilly, alle porte di Parigi, e difficilmente potrà risorgere ancora una volta dalle ceneri politiche. Alla vigilia del ballottaggio di domenica in Niger Hama Amadou è stato evacuato dalle prigione di Filingué e portato in elicottero verso la capitale Niamey, prima di essere trasferito in Francia “per ragioni umanitarie” (si parla di una malattia agli occhi e di una generale astenia). Amadou avrebbe dovuto sfidare il presidente del Niger Mahamadou Issoufou, dopo essere risultato al primo turno, con il suo 17,79 per cento, il candidato più votato tra le opposizioni contro il 48,41 per cento del presidente, malgrado una campagna elettorale condotta dal carcere. Il leader, infatti, era stato colpito da accuse di traffico di bambini, considerate da alcuni analisti politicamente motivate. Secondo Emilio Ernesto Manfredi, scrittore, giornalista, esperto di Sahel ed Africa occidentale, ex collaboratore dell’International Crisis Group, “il fatto che Amadou sia stato portato a Parigi non significa che la Francia sia simpatetica nei suoi confronti. Tutti i membri dell’élite nigerina hanno un qualche rapporto con l’ex madrepatria. Stiamo parlando di un politico di lungo corso, due volte premier. Già nel 2014, dopo le accuse di traffico di bambini, Amadou era scappato in Francia, prima di rientrare in Niger lo scorso novembre. Nel 2013 era passato all’opposizione ed era diventato il principale problema politico di Issoufou, dopo averlo sostenuto alle elezioni del 2011 ad avere ottenuto la guida dell’assemblea nazionale”.

 

Quello che sta accadendo in Niger è seguito con grande interesse dalla comunità internazionale, in particolare dalla Francia e dagli Stati Uniti, perché il Sahel è diventato uno dei teatri della guerra al terrore. L’occidente, che presidia la regione con un mix di droni e forze speciali, ha bisogno di individuare con certezza i propri interlocutori, ragione per cui Parigi e Washington hanno interesse a vedere rinnovato il mandato di Issoufou. “C’è la possibilità”, prosegue Manfredi, “che la Francia stia cercando di evitare problemi di immagine alla fase elettorale. L’opposizione si era chiamata fuori dal ballottaggio gridando ai brogli. Ora il governo può sostenere di avere fatto uscire Amadou dal carcere e di averlo fatto evacuare, anche se la situazione resta confusa”.

 

Ci si muove in un terreno sconosciuto, sotto l’occhio attento delle grandi potenze. Il Niger è considerato ultimo fulcro della stabilità della regione ed è cruciale nel contrasto al terrorismo ed ai traffici di uomini, armi, droga, militanti. “Il problema”, sottolinea Emilio, è che “questo fulcro deve essere stabile sul medio-lungo periodo, non solo sul breve. Questa mi sembra la debolezza della posizione franco-americana. Un approccio esclusivamente securitario, non accompagnato da politiche di sviluppo, rischia di creare un cortocircuito e di radicalizzare ancora di più la società”.

 

Le azioni dei nigeriani di Boko Haram, gli attentati di marca qaidista in Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio testimoniano il livello di espansione in Africa delle molteplici sigle del jihad. “C’è un’interconnessione”, conclude Manfredi, “tra il Nordafrica, in particolare Libia e Tunisia, il Sahel, l’Africa occidentale e il Golfo di Guinea. A livello regionale stanno crescendo queste dinamiche che tentano di captare il malessere sociale, soprattutto tra i giovani, incanalandolo verso una narrativa identitaria di tipo islamista. In questi paesi la grande maggioranza della popolazione ha meno di 25 anni, la disoccupazione è alta, prevalgono dinamiche di nepotismo e corruzione. I numeri del jihad sono ancora imprecisi, ma il sentimento di polarizzazione è sempre più forte”.

 

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