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Che fine ha fatto Bouteflika? La crisi algerina tra gas e servizi

Per anni Bouteflika è riuscito a mantenere salde le redini del potere coagulando intorno alla sua persona una cricca imprenditoriale e militare e garantendo benefici a tutti grazie alla bonanza energetica. L’Italia importa dall’Algeria il 20 per cento delle proprie forniture di gas. Adesso, però, ottenere il consenso, col petrolio che scende sotto i trenta dollari, si fa più difficile

6 Febbraio 2016 alle 15:12

Che fine ha fatto Bouteflika? La crisi algerina tra gas e servizi

Abdelaziz Bouteflika

Roma. L’Airbus del presidente Abdelaziz Bouteflika, comprato nel 2008 per 312 milioni di dollari, giace impolverato nell’aeroporto militare di Boufarik, a sud di Algeri. Il presidente, 78 anni, gravemente malato per via di un ictus, non viaggia e non si presenta in pubblico, a tal punto che il New York Times si chiedeva a fine dicembre: “Chi comanda in Algeria?”. Alcune voci, riferite da El Watan, uno dei pochi quotidiani indipendenti del paese, dicono che Bouteflika è stato vittima di un colpo di stato morbido, deposto de facto, per motivi di salute, da una cricca interna guidata dal fratello Saïd. Intanto, però, il governo ha presentato alle Camere la riforma costituzionale promessa cinque anni fa, quando la primavera araba rischiava di esondare anche ad Algeri. Domani, a scatola chiusa, senza dibattito né emendamenti, la legge verrà votata dal Parlamento, saldamente nelle mani del Fronte di liberazione nazionale, l’ex partito unico. La principale novità è il ritorno al limite dei due mandati presidenziali, dopo la modifica del 2008 che aveva consentito a Bouteflika di correre alle elezioni dell’anno successivo.

 

Accanto alla riaffermazione delle libertà fondamentali – che faticano, però, a trasferirsi dalla carta alla realtà – c’è il riconoscimento del berbero come lingua ufficiale del paese, accanto all’arabo, e un controverso articolo sulla proibizione dell’accesso “alle alte responsabilità dello stato e alle funzioni politiche” per coloro che hanno doppia nazionalità (come quella francese, logicamente). L’opposizione boicotterà il voto. La maggior parte degli analisti parla di pura cosmesi, che non sposta gli equilibri del potere. Secondo Dalia Ghanem-Yazbeck, ricercatrice del Carnegie Middle East Center, la riforma serve anche a spostare l’attenzione dal pessimo stato dell’economia.

 

Per anni Bouteflika è riuscito a mantenere salde le redini del potere coagulando intorno alla sua persona una cricca imprenditoriale e militare e garantendo benefici a tutti grazie alla bonanza energetica. L’Italia importa dall’Algeria il 20 per cento delle proprie forniture di gas. Adesso, però, ottenere il consenso, col petrolio che scende sotto i trenta dollari, si fa più difficile. Il governo ha varato misure di austerity per fare fronte alle minori entrate energetiche. L’export di petrolio e gas (95 per cento del totale) è passato dai 59 miliardi del 2014 (gennaio/novembre) ai 34 dell’anno successivo. Il deficit 2015 è all’11,5 per cento del pil, un quarto dei giovani tra i 16 e i 24 anni non lavora. Il governo ha bloccato le assunzioni in buona parte del settore pubblico (che rappresenta ancora il 60 per cento degli impieghi), ha tagliato i sussidi per benzina ed elettricità e ha previsto un allentamento di quelli per i beni alimentari. L’austerity è necessaria per evitare di continuare a bruciare le riserve estere, passate dai 179 miliardi di dollari del dicembre 2014 ai 151 del 2015, ma crea instabilità sociale. Al cuore della fragilità economica c’è l’eccessiva dipendenza dall’energia e la debolezza del settore privato. Anche le recenti aperture agli investimenti stranieri non sono sufficienti. I progetti imprenditoriali richiedono una partecipazione maggioritaria di capitale algerino, la libertà economica è limitata.

 

I problemi economici si sommano ai pericoli di infiltrazione islamista, dalla Libia e dal Sahel, e alla lotta intra-elitaria per la successione a Bouteflika. A settembre c’è stata una purga all’interno dell’intelligence, con la rimozione di Mohamed Mediène, lo stratega della “guerra sporca” contro i fondamentalisti islamici negli anni 90, l’eminenza grigia che aveva guidato il Département du renseignement et de la sécurité (Drs) per 25 anni. Molti analisti hanno scritto che Bouteflika, o chi per lui, si è voluto liberare della tutela dei servizi. Il Drs è stato poi sciolto e sostituito con una nuova struttura, posta direttamente sotto l’autorità della presidenza.

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