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L’Europa delle élites senza parole

Il vero dramma di Renzi e Merkel? La fine del Great American (European) Speech. I due leader non possono accontentarsi del piccolo cabotaggio, né in caso di disaccordo né in caso di accordo o mezzo accordo (il solito rinvio).

29 Gennaio 2016 alle 06:07

L’Europa delle élites senza parole

Angela Merkel e Matteo Renzi (foto LaPresse)

Renzi e Merkel non possono accontentarsi del piccolo cabotaggio, né in caso di disaccordo né in caso di accordo o mezzo accordo (il solito rinvio). Come e più di altri leader europei, devono rispondere alla crisi mondiale delle élites, segnalata da molti fenomeni tra i quali spicca il fragoroso e matto candidato Donald Trump, e alla fine del Great American (European) Speech. Desumo questi punti di partenza da un articolo di Martin Wolf sul Financial Times di mercoledì 27 gennaio e da un saggio di Barton Swaim nel Times Literary Supplement del 22 gennaio. Sostanza: i perdenti dell’apertura mondiale dei mercati sono molti, sono elettori decisivi in democrazia, e sono molto arrabbiati con le classi dirigenti di destra, che hanno puntato tutto sul contenimento fiscale, sull’immigrazione, sulla globalizzazione, sulla riduzione del welfare, su mercati del lavoro deregolati e sull’aumento di valore dell’azionista d’impresa e di mercato finanziario. Ma sono anche molto arrabbiati con le élites di sinistra o liberal, con le loro politiche di immigrazione, con il multiculturalismo, il secolarismo, la diversità, la libertà di aborto, la eguaglianza razziale e di gender. Questi molti, sostiene a buon diritto Wolf, si sentono come dei nativi alienati in un mondo governato da corpi transnazionali, si sentono depredati della loro partecipazione insufficiente alla crescita, dal livello di vita che non riparte dopo la grande crisi, dagli aumenti di produttività dovuti a tecnologia e libero commercio finanziario; sopra tutto, spinti dalle strategie di mobilitazione populista che stanno spazzando via la vecchia cultura conservatrice e i suoi programmi liberali (caso Trump su tutti), si sentono privati della cittadinanza, loro unico e vero patrimonio, messo in discussione da un numero crescente di stranieri in un contesto nazionale tramontato. La cittadinanza.

 

Renzi e Merkel, con la loro differenza d’età, con la diversa natura strutturale dei due paesi, sono il socialista europeo e la popolare europea che devono fronteggiare questo contesto, in cui spiccano in Europa l’instabilità finanziaria, il Brexit, la bizzosa deriva a destra di molti paesi dell’est, l’introspezione malata della Francia, la destabilizzazione del potere in Spagna, la perdita di carisma della burocrazia di Bruxelles e della governance dell’Unione, l’iniziativa spregiudicata di Putin, l’assenza del potere americano dalla scena (che minaccia di confermarsi e rafforzarsi con le prossime elezioni). Per non parlare dello scontro di civiltà che porta i nostri ministri a nascondere il loro volto dietro un foulard islamico, quando in visita a Teheran, e le nostre statue (permalose, come ha notato Sofri) a ricoprirsi per dovere di ospitalità quando la visita viene restituita: fenomeno che si chiama sottomissione. Renzi esprime il tentativo anomalo, fuori squadra, fondato su riforme mercatiste e su misure tipicamente di sinistra, di rendere partecipi della nazione, della cittadinanza, i nativisti o sovranisti o statalisti di ritorno che fuggono verso il miraggio populista (e ha ottenuto un risultato clamoroso alle europee, riconsegnando al cabaret il suo maggior antagonista antipolitico). Merkel ha perseguito lo stesso obiettivo da posizioni più legate a un liberalismo di tipo conservatore, popolare, cristiano, facendosi regina della notte dell’immigrazione con la clamorosa svolta di quest’estate in favore dell’accoglienza a un milione o giù di lì di immigrati siriani in fuga dalla guerra, con le conseguenze immaginabili e che oggi vediamo profilarsi con la crisi di Schengen, a partire dall’Europa del nord. Renzi e Merkel sono due simboli di élites alla prova del fuoco.

 

[**Video_box_2**]Prima di rassegnarsi, come è possibile che avvenga, al piccolo cabotaggio, cioè a accordi e disaccordi parziali che replichino lo stato di disorientamento e di malmostosità dell’Europa della crisi da debito, dell’immigrazione, dello scontro di civiltà non dichiarato e non accettato per tale; prima di concentrarsi o di distrarsi intorno ai dossier che dividono loro stessi e gli interessi più elementari, domestici, come i soldi alla Turchia, come la flessibilità per la crescita, come la reazione affannosa e parziale ai rischi di distacco dei popoli da classi dirigenti che non garantiscono più alcuna cittadinanza, alcuna presa diretta sul potere, alcuna vera democrazia politica, e così alienano da sé masse ingenti a disposizione della demagogia, i due dovrebbero guardare al grande fenomeno americano in corso. Se guardate i video di Trump, e leggete con un po’ di dimestichezza la breve e intensa storia della sua avventura, vedrete il poco che è: è la caricatura malsana del Berlusconi del 1994, con la differenza che Berlusconi nasce con un progetto politico di integrazione di sistema e di soluzione dei problemi (il maggioritario, il bipolarismo, l’alternanza, l’irruzione del concetto di libertà in un paese ingessato nelle convenzioni consociative, il liberismo economico antifiscale) mentre Trump è uno sfasciacarrozze, è la fine del Great American Speech. Il saggio di Swain sul TLS è dedicato a un libro che racconta questa fine, alla quale corrisponde perfettamente la fine parallela della grande retorica europeista (chiamiamola così). Una volta, da John Adams a Lincoln, da Theodore Roosevelt a John Kennedy, fino a Luther King, a Reagan e allo stesso Obama (che ormai, salva la straordinaria novità del nero alla Casa Bianca,  esercita una retorica di successo ma spompata) le élites americane trovavano le parole, anche le tautologie e le trovate da un tanto al chilo,  per significare la visione, che poteva essere la città sulla collina, la casa che non si può dividere, il sogno americano individualista, la competizione libera, la solidarietà comunitaria, lo stato rimpicciolito e sostituito dalla iniziativa dei molti, finché è arrivato il Donald, uno che mette due parole in croce, sputa sulla retorica tradizionale, gioca sulle paure o se le inventa, e in mezzo a qualche verità percepita di sfuggita dice un sacco di balle efficaci, che nessuno sembra riuscire a distaccare dall’interesse e dall’ipnosi esercitati sui media e sulla folla. Vedremo come va a finire, ma è certo che senza la visione, senza una retorica che le corrisponda non come ornamento ma come sostanza politica, l’autorità politica dell’establishment, e Renzi e Merkel sono quel che resta del vecchio establishment europeo, non si esercita. Darei indicazione agli sherpa, non già di istruire una ennesima pratica da Consiglio Europeo, ma di vedere come si possa approntare un quadro di riferimento e di valore per il futuro, radicato nella realtà e nelle urgenze del momento, capace di rivedere i trattati, di immaginare nuove soluzioni istituzionali, di fare scelte forti in campo economico e sociale, e un discorso pubblico che gli corrisponda. Sembra troppo, troppo vago, inusuale, ma è poco, in ritardo e molto concreto.

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