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L'insuccesso di Dilma che ha affossato il Brasile

Il pil dello stato sud americano cala del 4,9 per cento su base annua, crolla la produzione industriale mentre crescono disoccupazione e inflazione. Un fallimento non solo economico, ma anche sul piano dello status internazionale.

2 Dicembre 2015 alle 17:22

L'insuccesso di Dilma che ha affossato il Brasile

Dilma Rousseff (foto LaPresse)

Il dato diffuso martedì sul pil del Brasile, un crollo del 4,9 su base annua, certifica che il paese sta vivendo la sua più grave crisi economica dagli anni 30, e secondo gli esperti non è ancora finita. Le statistiche, dall’alta disoccupazione all’inflazione al 9,9 per cento, alla contrazione della produzione industriale dell’8 per cento in un anno, sono tutte negative, e in generale, scrive il País, l’economia brasiliana oggi è del 5 per cento più piccola di quanto non fosse all’inizio del 2014.

 

Per la presidente Dilma Roussef del Partito dei lavoratori (Pt), i dati terribili dell’economia sono però la pietra tombale su un insuccesso storico molto più profondo, la testimonianza della regressione del Brasile non solo in economia, ma anche nel suo status internazionale. Il crollo del Brasile è avvenuto in pochi anni. Fino a cinque anni fa il paese aveva un tasso di crescita del pil che sfiorava la doppia cifra, ed era considerato unanimemente come un candidato per contendere alla Cina e all’India il dominio del nuovo mondo multipolare. Il gigante latinoamericano era indicato come un modello che aveva saputo conciliare la crescita e la giustizia sociale, e stava iniziando a proiettare la sua influenza a livello globale. Il successo del paese sarebbe stato coronato dall’organizzazione nel giro di pochi anni di due dei più importanti eventi sportivi al mondo, i Mondiali di calcio e le Olimpiadi. Ma il Brasile di oggi è un ricordo di quello di cinque anni fa, Dilma non è più ascoltata come lo era un tempo sui tavoli della diplomazia mondiale, e l’organizzazione delle Olimpiadi sta diventando un buco nero di finanziamenti pubblici e corruzione, che blocca i pallidi tentativi di austerity del ministro delle Finanze Joaquim Levy.

 

Dilma non ha avuto la forza di fare le riforme quando sarebbe stato necessario, ha lasciato che il paese fosse travolto dal crollo dei prezzi delle materie prime e dall’elevata dipendenza dal capitale straniero, e la sua debolezza politica ha minato la fiducia dei consumatori: il consumo delle famiglie, che era cresciuto stabilmente negli anni del suo predecessore Lula, quest’anno è calato del 4,5 per cento. Ma soprattutto, la presidente non ha saputo fare fronte al più grande scandalo di corruzione della storia brasiliana, il cosiddetto caso Lava Jato, che ha tramortito la compagnie petrolifera statale Petrobras (un tempo la società più grande dell’America latina, oggi surclassata dalla concorrenza) e ha portato in galera i più importanti costruttori del paese, costretti a pagare multe da centinaia di milioni di euro, politici, banchieri, e alcuni tra gli uomini più ricchi e potenti del paese, accusati di un giro di tangenti che ha coinvolto Petrobras, i lavori per le Olimpiadi e alcuni dei gangli economici ppiù importanti del paese.

 

[**Video_box_2**]La crisi economica del Brasile è oggi la crisi di identità di un paese che si sentiva pronto a entrare nel club dei grandi e che è crollato all’ultimo passo.

 

Le indagini per corruzione sono arrivate a sfiorare la stessa Dilma, e le richieste di impeachment contro di lei da slogan di piazza sono diventate un mantra anche per parte dell’establishment internazionale.

 

Oggi l’economia del Brasile è una “casa degli orrori”, scrivono gli analisti del fondo di risparmio inglese Schroeders, che aggiungono: “Le dimissioni anticipate della presidente potrebbero essere la migliore soluzione”.

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