Il presidente francese François Hollande e il premier britannico David Cameron rendono omaggio al Bataclan di Parigi

I raid dalla portaerei

Je suis Paris, sì, ma fino a che punto? E' l'ora della verità per Hollande

Paola Peduzzi
Cameron offre sostegno militare alla Francia e va ai Comuni per votare sulla Siria. Le incognite delle altre tappe

Milano. Questa è la settimana in cui François Hollande vuole dare un significato concreto alla parola “solidarietà”. Dopo gli attacchi di Parigi, il presidente francese ha chiesto agli interlocutori internazionali di combattere uniti lo Stato islamico, invocando l’articolo 42.7 del Trattato europeo – i partner europei hanno risposto sì, certo, siamo tutti insieme, ma si tratta per lo più di parole: finora non ci si è accordati su nulla, nemmeno sul semplice raccordo dei dati alla frontiera esterna di Schengen, per dire – e organizzando incontri bilaterali con i principali player della lotta al terrorismo. Ieri a Parigi è arrivato il premier britannico, David Cameron, che ha detto di sostenere “fermamente” l’azione francese “per colpire lo Stato islamico” – per la prima volta è stato lanciato un raid dalla portaerei Charles de Gaulle contro l’Iraq, su Ramadi e Mosul – e ha offerto la possibilità all’aviazione francese di utilizzare la base militare di Cipro e ulteriore assistenza in volo.

 

Questo è soltanto il primo passo, ha detto Cameron, annunciando – non è la prima volta – che il Regno Unito farà come i francesi, e inizierà a colpire anche in Siria. La strategia britannica nella lotta al terrorismo è da tempo sotto pressione: la leadership militare ha accusato in più occasioni Cameron di non avere una visione onnicomprensiva per combattere lo Stato islamico. Indiscrezioni, interviste, retroscena: in questi ultimi mesi i segnali di nervosismo dal mondo militare sono stati tanti, ma il premier vuole chiedere in Parlamento un voto per allargare i bombardamenti alla Siria soltanto nel momento in cui ha la relativa certezza di ottenere un risultato positivo. Pesa già il voto perso nel 2013, quando si pensava che sarebbero partiti di lì a poco i raid contro il regime di Damasco che aveva utilizzato le armi chimiche contro i siriani. Non se ne fece nulla, e il premier inglese si rese conto che sulla questione pesavano variabili intrecciate: quelle politiche, certo, ma anche quelle legate alla cosiddetta “lezione” dell’Iraq con cui il paese non ha ancora fatto i conti. L’arrivo di Jeremy Corbyn alla guida del Labour ha complicato ancor più i calcoli cameroniani: Corbyn è espressione della sinistra “stop the war” che s’allarga in tutto il paese.

 

Giovedì Cameron si presenterà ai Comuni con un piano di intervento contro lo Stato islamico e chiederà il voto per bombardare anche in Siria. Corbyn è sempre al suo posto, ma la sua reazione agli attacchi di Parigi ha provocato una rivolta nel Labour – una delle tante, si dirà, ma alcune sono più efficaci di altre – che ha fatto emergere un altro dettaglio della formazione ideologica di Corbyn: il leader laburista è sistematicamente anti occidentale ma non è sistematicamente anti guerra. Ha detto che in casi di estrema necessità l’utilizzo delle armi è inevitabile – “lo farei anche io da premier” – e pare che lascerà ai laburisti libertà di voto sulla Siria. Non si sa come andrà a finire, ma Cameron è convinto che la proposta passerà, perché la sua visione non si riduce soltanto a un’operazione militare. Il premier, che aumenterà il budget della Difesa – 178 miliardi di sterline nel prossimo decennio per migliorare l’assetto militare, nuovi sottomarini per aumentare la deterrenza nucleare, due nuove “strike brigades”, un aumento di circa 5 mila persone, più mezzi combat dal cielo e dal mare – ricorda che la Gran Bretagna è in prima fila negli aiuti umanitari, oltre ad aver già iniziato l’operazione “cuori e menti” per combattere l’estremismo islamico nel suo paese. E’ quella che Cameron definisce “la battaglia di una generazione”, e se il suo calcolo funzionerà, la solidarietà britannica sarà concreta in breve tempo.

 

[**Video_box_2**]L’offensiva di Hollande per capire chi davvero è disposto a spendersi nella guerra al terrore non è altrettanto chiara. Oggi il presidente francese arriverà a Washington per incontrare Barack Obama, il quale pretende che l’iniziativa militare, se dovesse prendere una forma diversa da quella aerea, parta dall’Europa e dai paesi della regione mediorientale. Di ritorno dall’America, Hollande incontrerà Angela Merkel, la cancelliera tedesca che ha dimostrato di non volere un ruolo di leadership (né operativo) nella lotta allo Stato islamico. Giovedì mattina Hollande vedrà il premier italiano, Matteo Renzi – che è molto solidale ma deciso a non rischiare, come ha ripetuto ieri, “una Libia bis” – e poi volerà a Mosca da Vladimir Putin. L’Eliseo pensa di accantonare la questione del regime change a Damasco, su cui si era molto speso, per favorire un allineamento con i russi. Ora è necessario capire se il compromesso offerto da Parigi è sufficiente a creare un coordinamento con Putin sulle operazioni militari, o se anche in questo caso la solidarietà sarà soltanto una facciata di unità che nasconde il perseguimento dei propri interessi.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi