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Doppiezze italiane

Craxi e Arafat, D’Alema e Hamas, Berlusconi e Gheddafi. Renzi rottamerà le politiche ambigue?

16 Novembre 2015 alle 19:53

Doppiezze italiane

Bettino Craxi fu l’uomo degli euromissili, più americano degli americani secondo il Pci, “ma in realtà fu con Giulio Andreotti il tessitore di una politica estera della doppiezza”, dice lo storico Giovanni Orsina, “politica che aveva un suo senso negli anni della Guerra fredda. L’origine di tutto fu la così detta politica neoatlantista di Amintore Fanfani, nella seconda metà degli anni 50: l’Italia era nel blocco occidentale, ma faceva politica nel mediterraneo parlando con tutti. Un gioco, un sistema, rimasto pressoché identico anche dopo, da Massimo D’Alema fino a Silvio Berlusconi”. E come D’Alema bombardava il Kosovo assieme agli americani (ma poi permetteva al suo ministro della Giustizia Oliviero Diliberto di proteggere il guerrigliero Abdullah Ocalan) e come Berlusconi interveniva in Afghanistan e in Iraq (ma poi manteneva rapporti vantaggiosi con la Libia di Gheddafi), così Craxi criticava e attaccava spesso l’Unione sovietica, ma non condivideva la formula reaganiana dell’impero del male, e assieme ad Andreotti (che fu ministro degli Esteri dal 1983 al 1989) aveva costruito rapporti cordiali con i palestinesi dell’Olp di Yasser Arafat – in anni in cui l’Olp era considerata un elemento attivo del terrorismo internazionale. E dunque è nella doppiezza che è impastata la storia d’Italia, “ma Renzi potrebbe anche seppellirla questa attitudine”, dice Orsina. Primo nella storia di questo paese, potrebbe farsi promotore di una coalizione internazionale che si opponga ai jihadisti.

 

Ma è possibile? Lunedì, al G20, Renzi ha avuto un incontro con Putin, impegnato a combattere la guerra contro i terroristi in Siria (ma accanto a lui sedeva l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, in continuità con i sistemi in uso sin dai tempi di Enrico Mattei). E le parole apparentemente decise e martellanti di Renzi (“occorre una grande strategia che coinvolga America e Russia”), si accompagnano a espressioni che ricordano più la tradizionale ambiguità: “Siamo in guerra ma non dobbiamo sentirci in guerra”, ha detto lunedì a Repubblica il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

 

[**Video_box_2**]Spregiudicati e convinti della natura amorale del potere, sia Craxi sia Andreotti stringevano accordi con tutti. Nel 1985 Craxi ospitò a cena, nella sua casa di Hammamet, Arafat e Abu Abbas, cioè il terrorista palestinese che due mesi dopo avrebbe sequestrato l’Achille Lauro, l’uomo che Craxi poi si rifiutò di consegnare agli americani aprendo la famosa crisi diplomatica di Sigonella. “Grazie a quei rapporti ambigui, Craxi poté ottenere la liberazione dell’Achille Lauro”, ricorda Orsina. E insomma c’è sempre stato un vantaggio, per una media potenza come l’Italia, nel trattare con “i cattivi”, nel mantenere buoni rapporti più o meno con tutti, nello svolgere – talvolta – persino un ruolo di mediazione segreta con le canaglie. Nel 1997 D’Alema disse che era sbagliato “regalare ad al qaida movimenti come Hamas e Hezbollah”. E Berlusconi, malgrado fosse uno dei migliori amici di Israele e degli Stati Uniti, per risolvere la crisi dell’immigrazione non ebbe difficoltà a rivolgersi a Gheddafi (lo stesso Gheddafi che Craxi, nel 1986, salvò avvertendolo di un imminente bombardamento americano sul suo quartier generale di Tripoli). “Questa condizione speciale del nostro paese”, spiega Orsina, “ha sempre permesso di manovrare negli interstizi più ambigui della politica internazionale. Con vantaggi di natura politica, e se vogliamo anche egoistici”, dice il professore. “Si può dire che la nostra ambiguità sia sempre stata quasi inevitabile. Se non persino ragionevole, per un paese incapace di difendersi da solo, dunque obbligato alla solidarietà con gli alleati occidentali, ma pure piazzato geograficamente nel bel mezzo del Mediterraneo a due passi da ‘mostri’ con i quali si doveva dialogare per evitare drammatiche conseguenze”. E Matteo Renzi? Il presidente del Consiglio, lunedì ha detto: “Noi restiamo  convinti che serva una visione strategica ma siamo anche capaci di usare il pugno duro”. Potrebbe cambiare la politica estera d’Italia? “Se sei Renzi, cioè uno dei politici più forti in Europa, impegnato a restituire all’Italia forza e credibilità internazionale, sei anche obbligato a recitare un po’ la parte del duro. Ma l’Italia resta l’Italia”, dice Orsina. “Non siamo l’America e non siamo nemmeno la Francia. Abbiamo la forza di difenderci? Credo di no. Abbiamo un assetto istituzionale solido? Credo di no. Se ci fossero attentati in Italia, cosa succederebbe?”.

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