E' morto Helmut Schmidt, Macher di Germania

L'ex leader dell'Spd aveva 96 anni ed era malato da tempo. Chi era l'ex leader dell'Spd osannato da tutti e imitato da Merkel

10 Novembre 2015 alle 16:20

E' morto Helmut Schmidt, Macher di Germania

Helmut Schmidt

E' morto oggi Helmut Schmidt, cancelliere dell'ex Germania Ovest fra il 1974 e il 1982, periodo che segnò il culmine della Guerra Fredda a livello internazionale e dell'offensiva terroristica in patria. L'ex leader dell'Spd aveva 96 anni ed era malato da tempo: in agosto era stato ricoverato per disidratazione e il mese seguente era stato sottoposto a intervento chirurgico per un trombo a una gamba. Schmidt era voluto rientrare a casa, nella natia Amburgo, dove dall'altroieri le sue condizioni sono "drammaticamente peggiorate". Riproponiamo di seguito un ritratto dell'ex cancelliere tedesco di Andrea Affaticati, del 20 dicembre 2008.

 


 

Tempi di crisi nera anche per la Germania. Tempi in cui ci vorrebbe uno capace di prendere saldamente in mano le redini della situazione. Secondo molti, un politico alla Helmut Schmidt. Lui stesso, in un’intervista del 1975, diceva di sé, non senza quel tocco di arroganza che da sempre l’ha contraddistinto: “Il cancelliere si è molto occupato di economia e finanza mondiale, il che è indubbiamente un vantaggio in un momento dove viene richiesta capacità di analisi e intervento”. La prima crisi petrolifera era appena passata, la seconda sarebbe arrivata da lì a poco. Lui, da un anno era a capo del governo tedesco. Schmidt era un “Macher”, un uomo risoluto. A dire il vero, il soprannome “Macher” gli era stato affibbiato, alla fine degli anni Sessanta, dalla sinistra extraparlamentare (Apo), e non voleva essere un complimento. I giovani sapevano che lui, in qualità di capogruppo dell’Spd al Bundestag, aveva imposto ai suoi il voto a favore dei Sondergesetze (leggi che permettevano allo stato interventi eccezionali in caso di crisi). Erano i tempi della prima Große Koalition con Kurt-Georg Kiesinger (Cdu), cancelliere, e Willy Brandt (Spd), ministro degli Esteri. Può darsi che anche a lui non piacessero più di tanto quelle nuove norme, ma a guidare Schmidt è sempre stata la massima “salus publica suprema lex”. Schmidt non ha avuto la fortuna di poter legare il suo nome a grandi momenti storici: non alla costruzione delle relazioni filoatlantiche (opera di Adenauer), non alla Ostpolitik (merito di Brandt) e nemmeno alla riunificazione tedesca (architettata da Kohl). Ciò nonostante, in questi giorni è celebrato come vera star politica. La stragrande maggioranza dei suoi concittadini lo giudica la persona più saggia del paese, l’ex cancelliere più autorevole e, dopo l’entrata in vigore del divieto sul fumo, anche il personaggio pubblico più cool (Schmidt non rinuncia nemmeno nei talk show alla sua sigaretta: “Non ho alcuna intenzione di sottostare a questa isteria collettiva”, commenta secco. Ed è anche per questa sua indomita indole di bastian contrario che i tedeschi lo venerano). C’entra, nella sovraesposizione di queste settimane dell’elder state man, indubbiamente il suo compleanno: il 23 dicembre saranno novanta. C’entra la sua biografia, che ne fa uno degli ultimi testimoni degli anni bui della Germania di Hitler. Anni nei quali ha servito come ufficiale della Wehrmacht, servizio che non ha mai né negato e tanto meno provato ad abbellire paventando folgorazioni che allora non ebbe. Anzi – come lui stesso racconta – quando gli capitò di conoscere alcuni componenti del gruppo di resistenza Rote Kapelle se ne allontanò, perché “in quanto ufficiale tedesco non potevo frequentarli”. D’altro canto, aggiunge asciutto “nel ’39 quando sono stato reclutato avevo 19 anni”. E ancora oggi è convinto che i giovani a quell’età debbano studiare anziché giocare a far politica. “Nessun diciottenne dovrebbe illudersi di sapere come deve essere organizzato il mondo”, commentò l’anno scorso gli scontri tra manifestanti e polizia in occasione del vertice G8 a Heilgendamm. E se fosse dipeso da lui, la maggiore età sarebbe rimasta fissa a 21 anni. C’entra in tutta questa attenzione mediatica soprattutto la fiducia che Schmidt ha sempre ispirato. Per questo, dice il ministro delle Finanze Peer Steinbrück, “in tempi crisi, come quella che stiamo vivendo, un politico come lui è tornato prepotentemente in auge”. Perché, per quanto ormai incanutito, appesantito dall’età, non ha mai perso agilità intellettuale e lucidità di analisi. Così già il primo febbraio 2007 Schmidt scriveva sul settimanale Zeit (di cui è coreggente dal 1983): “Tenete sotto controllo i grandi speculatori. La sfrenata avidità degli hedge funds – che per giunta agiscono a livello globale – deve essere seguita con la stessa puntigliosità con la quale si sorvegliano gli istituti finanziari e il mercato dei titoli. Farlo è un imperativo non solo morale ma anche della ragione”. Un anno e mezzo dopo questo monito, il collasso del sistema finanziario che ha investito pesantemente anche gli istituti tedeschi. Schmidt ispira fiducia perché usa innanzitutto il buon senso quando detta le sue ricette: “Ci vogliono regole, come quelle che sovrintendono la circolazione stradale”. Un suggerimento che Steinbrück ha fatto suo, così come ha fatto sua l’idea del Kanzler a. D. (ausser Dienst, cioè non più in carica) di dare più potere di controllo al Fmi.

 

Il politologo Frank Walter sullo Spiegel l’ha soprannominato “il cancelliere delle crisi”. Heinrich August Winkler sul settimanale Zeit “il domatore del caos”. La prima crisi che gestì fu l’alluvione di Amburgo nel 1962. E’ in quella situazione drammatica che Schmidt si rivela come una sorta di roccia tra i marosi. “Nel momento del bisogno ha saputo trasmettere ai miei famigliari un senso di assoluta fiducia. Cos’altro si può chiedere a un politico?”, ha ricordato Angela Merkel. Lui a quei tempi era ministro dell’Interno del Senato di Amburgo e grazie ai suoi contatti nelle più alte sfere era riuscito a mobilitare addirittura la Bundeswehr e le truppe Nato per trarre in salvo i cittadini. Ma è soprattutto durante gli anni del suo governo, dal 1974 al 1982, come ricorda Theo Sommer, ex direttore della Zeit, che Schmidt si è dimostrato un Macher, nel senso migliore del termine. Quel posto, come ricorda oggi, non l’aveva proprio ambito, anzi lì per lì gli aveva fatto paura. Ma Willy Brandt si era dimesso il 16 maggio del 1974, dopo lo scandalo del suo strettissimo collaboratore, Günter Guillaume, rivelatosi una spia della Ddr. E per i compagni Helmut era la persona giusta.

 

Le crisi che ha affrontato nei sette anni e mezzo di suo governo, non sono state crisi da poco, scrive Sommer: “Quella economica; quella dei rapporti est ovest; quella del riarmo; e infine, quella del terrorismo”. Schmidt, laureatosi in economia nel dopoguerra, è sempre stato convinto che una politica sociale di successo doveva appoggiarsi a una crescita economica costante. Peccato che proprio durante il suo mandato la congiuntura mondiale aveva ripetutamente bloccato la crescita e in certi anni ridotto anche il pil. Se oggi è la crisi finanziaria a mettere in ginocchio l’economia reale (tedesca e mondiale), allora furono quelle del petrolio, la prima negli anni 1973-74, la seconda negli anni 1979-80. I tassi di inflazioni schizzarono alle stelle, la disoccupazione divenne galoppante: dal 1974 al 1982 si passò da 582 mila senza lavoro a 1,8 milioni. Allora come oggi, la Germania stava certo meglio di molti altri paesi, il che non rendeva, come non rende oggi peraltro, i problemi meno pressanti. Schmidt era contrario a combattere la crisi “con una pioggia di miliardi di marchi stampati di notte”, un punto di vista difeso in queste settimane testardamente dalla Merkel. Insisteva invece sulla necessità di risparmiare, di frenare la voragine del debito pubblico salito dai 57,1 miliardi di marchi del 1973 ai 305 miliardi del 1982. Stesso atteggiamento dell’attuale ministro delle Finanze Steinbrück, anche lui amburghese doc, pure lui famoso per quelle risposte a muso duro, quell’arroganza molto anseatica, quando ai giornalisti e ai politici che premono perché allarghi i cordoni della borsa risponde sarcastico: “Quanto gradirebbero i signori: cinque, dieci, 30 miliardi? Su, chiedete e vi sarà dato”. Entrambi convinti che “un politico deve di tanto in tanto aver anche il coraggio di fare cose non gradite all’elettorato”. Schmidt proprio per questa testardaggine a un certo punto, il 1° ottobre del 1982 per l’esattezza, fu sfiduciato dal partner di minoranza, i liberali che con un’abile sterzata issarono al potere Helmut Kohl. “Il secondo peggior candidato a questa carica”, commentò una volta Schmidt. Il primo era a suo avviso Willy Brandt, di cui non condivideva il tratto emotivo, intuitivo applicato alla politica.

 

Ciò nonostante gli riconosceva grandi meriti per la sua Ostpolitik e proseguì in quella direzione, senza mai stancarsi di ricordare ai cittadini della Repubblica federale che “i tedeschi della Ddr stanno pagando anche il nostro conto per la disfatta militare”. Proseguiva nella politica di distensione, ma in modo vigile. Per questo non diede pace finché non fu sottoscritto il “Nato Doppelbeschluss” (il duplice accordo Nato), una delle sue pietre miliari in politica estera, che gli ritirò addosso non solo l’ira dell’Apo ma anche dell’ala radicale del partito, sempre più insofferente a questo Kanzler di ferro. Quando a metà anni Settanta, i sovietici iniziarono a installare i razzi a media gittata SS-20 diretti, come fece notare agli alleati, verso l’Europa occidentale “non verso l’America”, Schmidt tanto fece e tanto disse finché non riuscì a organizzare un vertice con il presidente americano Jimmy Carter, quello francese Valéry Giscard d’Estaing e il premier britannico Leonard James Callaghan sull’isola di Guadalupa, per togliere la Germania dalla morsa dei due blocchi contrapposti. L’accordo Nato siglato poi il 12 dicembre del 1979 prevedeva l’installazione dei nuovi missili Pershing II e Cruise in cinque stati e al contempo l’avvio di trattative con i sovietici sul controllo del riarmo. Se Mosca rinunciava a piazzare i suoi SS-20, anche l’alleanza atlantica avrebbe desistito. Oggi, Russia e Mosca sono tornati a confrontarsi sulle basi missilistiche. Questa volta sono però gli americani a volere installare scudi spaziali in Polonia e Repubblica Ceca per prevenire possibili attacchi iraniani, mentre è Mosca a denunciare lo squilibrio geostrategico che si verrebbe a produrre. Il che in qualcuno fa sorgere il dubbio se, a vent’anni dal crollo del Muro, si stia tornando a una nuova Guerra Fredda.

 

Furono anni, quelli di Schmidt, che conobbero il picco più drammatico con l’attacco al cuore delle istituzioni da parte della banda Baader Meinhof. Un capitolo ricordato in queste settimane anche dal film di Uli Edel “Il complesso Baader Meinhof”. Quegli anni di piombo ebbero il loro prologo nel novembre del 1974 con l’uccisione del presidente della corte d’appello Günter Dreckmann e il loro epilogo nelle drammatiche settimane dell’autunno tedesco del 1977: il rapimento il 5 settembre e la successiva esecuzione del presidente degli Industriali Hanns Martin Schleyer; il dirottamento il 13 ottobre da parte di un commando di palestinesi di un boeing Lufthansa e il suicidio dei tre capi storici della Raf Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe (Ulrike Meinhof si era tolta la vita già prima) nel carcere di massima sicurezza di Stammheim. Schmidt si addossò la responsabilità della morte di Schleyer e nel discorso del 20 ottobre del 1977 al Bundestag disse: “La costituzione attribuisce allo stato il dovere di proteggere non solo il singolo ma l’intera comunità dei cittadini… Sin dall’inizio sapevamo che non sarebbe stato facile salvaguardare la vita del dottor Schleyer e al contempo garantire l’incolumità degli 87 ostaggi del boeing. Un obiettivo rischiava di mettere a repentaglio l’altro. Con questa consapevolezza abbiamo dovuto prendere le nostre decisioni. E così facendo ci siamo inevitabilmente trovati ad agire nel cono d’ombra della colpa e dell’omissione”.

 

Se fu la politica economica a fargli mancare a un certo punto il sostegno del partner di minoranza, l’Fdp, fu però il “Nato Doppelbeschluss” a sottrargli vieppiù l’appoggio dei suoi. Proprio lui, che nel 1958 aveva dato del “vecchio decrepito” al cancelliere Konrad Adenauer, perché auspicava un riarmo nucleare, ora istigava una corsa agli armamenti. Questo il ragionamento di molti. In centinaia di migliaia scesero in piazza, molti stracciarono la tessera del partito, preferendo il neonato movimento dei Verdi. Fu dunque in qualche modo la cocciutaggine di Schmidt a favorire la filiazione di questo movimento di centrosinistra. Un movimento al quale aderì anche Otto Schily, che come molti altri gliel’aveva già giurata per le leggi speciali. Allora Schily era uno dei difensori della terrorista Gudrun Ensslin e nemico giurato delle leggi speciali. Tre decenni dopo, in seguito agli attentati dell’11 settembre, proprio Schily, diventato nel frattempo ministro dell’Interno del governo rosso-verde di Gerhard Schröder, farà ingoiare ai suoi un rospo non da poco: e cioè che in tempi di terrorismo internazionale la sicurezza interna deve aver la precedenza sulla libertà individuale. Strano destino quello che accomuna alcuni uomini politici dell’Spd. Schmidt dovette attendere diversi anni prima di vedersi riconosciuta la lungimiranza del trattato Nato. Dovette aspettare l’ascesa di Mikhail Gorbaciov che optò per la soluzione “zero”, cioè lo smantellamento dei missili a breve gittata da ambo le parti. Per Schröder è stato lo stesso. Schmidt ha sempre difeso l’Agenda 2010, il pacchetto di riforme che ha spinto l’Spd a ribellarsi al cancelliere e a costringerlo a elezioni anticipate. Anzi, secondo Schmidt, già che c’era avrebbe dovuto osare di più: procedere alla deregolarizzazione del mercato del lavoro; allentare le norme sui licenziamenti; limitare lo strapotere dei sindacati. Tutte cose che avrebbe voluto far lui stesso, ben prima che Tony Blair e Schröder scoprissero la terza via. Schmidt, come scrive il politologo Walter, aborriva l’ideologia e lottava per un liberismo socialdemocratico. Tre anni dopo l’addio di Schröder, Merkel stessa ha riconosciuto che la ripresa del mercato del lavoro è indubbiamente anche merito dell’Agenda 2010. Intanto però, proprio come capitò a Schmidt, la fermezza di Schröder dava il via a una nuova scissione, a un nuovo partito, quello della Linke, la sinistra radicale.

 

[**Video_box_2**]La costruzione dell’Unione europea è stata uno dei chiodi fissi di Schmidt, convinto com’era che il vecchio continente dovesse diventare la terza forza, distensiva, tra i due blocchi. A lui si devono l’istituzionalizzazione del Consiglio Europeo, la prima elezione diretta del Parlamento europeo e le basi, poste insieme all’amico Valéry Giscard d’Estaing, per il sistema monetario europeo, antesignano dell’euro. Sempre insieme al presidente francese diede poi vita nel 1975 al G7. Un summit trasformatosi nel frattempo però “in una passerella per i politici e basta” commenta Schmidt. “Dove sono Cina e India?”. I suoi modi bruschi, l’insofferenza per la retorica fumosa (lui stesso viene celebrato come uno degli oratori più brillanti del paese), gli sono valsi e il soprannome “Schmidt Schnauze” (uno che non le manda a dire). Un nickname che non gli dispiace affatto e al quale continua a fare onore. Quando, per esempio, tra un tiro di sigaretta e l’altro (titolo pure di una rubrica che tiene sulla Zeit) dice che “il dibattito sul riscaldamento della terra è isteria allo stato puro. I cambiamenti climatici ci sono sempre stati”. Quando ribadisce il suo sì alle centrali nucleari. Quando invoca il diritto di non ingerenza nella politica cinese; quando liquida il multiculturalismo come una “pia illusione”. Come scrive Walter, Schmidt appartiene a quella generazione di scettici sopravvissuti agli orrori della seconda guerra mondiale che ne ha viste troppe per concedersi il lusso di un ottimismo non dettato dalla ragione. E l’ex cancelliere stesso ama ripetere: “In politica non c’è spazio per emozioni e passioni eccetto la passione per la ragione”. Una massima che i tedeschi sperano appartenga anche ai politici di oggi chiamati a traghettarli attraverso tempi tutt’altro che facili.

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