Kafka a Caracas

L'odissea di Antonio Ledezma e Leopoldo López, colpevoli di aver protestato contro Maduro per le disastrose condizioni economiche in cui versa il paese. Intanto il presidente chavista crea nemici, interni ed esterni, per compattare la base sociale e far dimenticare un'atroce recessione

23 Settembre 2015 alle 17:47

Kafka a Caracas

Una manifestazione a Caracas per la liberazione di Leopoldo López (foto LaPresse)

Per la sesta volta ieri è stata rimandata l’udienza del processo di Antonio Ledezma, sindaco di Caracas, perché mancavano “veicoli ufficiali” per trasportare l’imputato al palazzo di giustizia. “Ci sono soldi pubblici per sponsorizzare il pilota di Formula 1 Pastor Maldonado, che li consuma rompendo veicoli, ma non per trasportare i venezuelani che chiedono giustizia”, ha commentato l’avvocato di Ledezma, riferendosi al pilota venezuelano sponsorizzato dal colosso petrolifero statale Pdvsa a suon di milioni di dollari. Fatto sta che a 7 mesi dall’imprigionamento il processo non è ancora partito, per la prima udienza al sindaco della capitale venezuelana si dovrà aspettare un altro mese, sperando che per allora ci sia un veicolo che lo porti in tribunale.

 

Ledezma vive in questo limbo giudiziario dal 19 febbraio di quest’anno, quando una decina di agenti del Sebin, i servizi segreti venezuelani, fecero irruzione senza mandato e in assetto da guerra nel suo ufficio, lo incappucciarono e lo portarono nel carcere militare di Ramo Verde. Dopo una giornata fu direttamente il governo ad annunciare le accuse: tentativo di colpo di stato. Si tratterebbe del primo caso di golpe annunciato a mezzo stampa, visto che la prova regina secondo l’esecutivo sarebbe un piano per la transizione democratica firmato da Ledezma e pubblicato sui giornali una settimana prima dell’arresto.

 

Ovviamente Antonio Ledezma è uno dei leader dell’opposizione al regime socialista fondato da Hugo Chávez e ora guidato da Nicolás Maduro, e non è l’unico agli arresti per motivi politici. Il caso più eclatante è quello di Leopoldo López, probabilmente il personaggio politico più apprezzato nel paese, condannato una decina di giorni fa a 13 anni, nove mesi e 12 ore di detenzione dopo aver passato gli ultimi 17 mesi in isolamento in una cella di due metri per due del carcere militare di Ramo Verde. La vicenda giudiziaria di López è ancora più assurda di quella che sta subendo il sindaco Ledezma, tanto che in un lungo articolo sul suo processo, la rivista Foreign Policy l’ha definito “Kafka in Caracas”. La condanna è stata inflitta da una giudice provvisoria legata al governo, alla fine di un processo-farsa a porte chiuse (senza cioè la presenza di giornalisti e osservatori esterni) in cui non è stata accettata nessuna delle prove e testimonianze presentate dalla difesa. López era stato arrestato nel febbraio 2014 dopo aver convocato una campagna pacifica di protesta per chiedere le dimissioni del governo per le drammatiche condizioni economiche del paese, conclusasi con 48 morti proprio a causa della repressione violenta delle forze di polizia e paramilitari vicine al chavismo. Ovviamente il giovane leader dell’opposizione non aveva commesso nessun reato né è stata dimostrata una sua diretta responsabilità negli incidenti, ma alla giustizia venezuelana è bastato scovare dei “messaggi subliminali” nei suoi tweet e nei suoi discorsi per condannarlo a quasi 14 anni per incendio, istigazione e associazione a delinquere (ma la condanna era già stata emessa dal presidente Maduro che per mesi in diretta televisiva ha definito il suo avversario politico come il “Monstruo de Ramo Verde”, un “terrorista”, “fascista” e “criminale”).

 

La condanna di Leopoldo López ha provocato la reazione di tutto il mondo democratico. Dopo le condanne per l’ingiusta detenzione da parte dell’Onu e di organizzazioni per i diritti umani come Amnesty e Human Rights Watch, sono piovute sul governo venezuelano le critiche di tanti premier ed ex capi di stato (all’appello manca il governo italiano): Mariano Rajoy, Josè Maria Aznar e Felipe Gonzalez dalla Spagna, il governo francese, il dipartimento di Stato americano, ex presidenti latino americani come il brasiliano Cardoso, i colombiani Uribe e Pastrana, i cileni Frei e Lagos e persino la Isabel Allende, presidentessa del partito socialista cileno e figlia dell’ex presidente Salvador Allende a cui il Venezuela chavista si ispira.

 

[**Video_box_2**]Niente di tutto ciò ovviamente è servito a convincere Maduro a liberare López e gli altri prigionieri politici, perché l’innalzamento dello scontro politico fa parte della strategia del regime chavista per vincere le elezioni di dicembre, in cui è in netto svantaggio, e restare al potere. La situazione economica del Venezuela è un disastro: ha l’inflazione più alta del mondo, vive la peggior recessione dell’America Latina, la popolazione convive con la cronica mancanza di beni essenziali e passa le giornate in coda ai negozi per comprare prodotti razionati, la corruzione è enorme e il tasso omicidi è elevatissimo.

 

La strategia di Maduro è quella di alzare la tensione creando un nemico esterno, la Colombia, accusata di fomentare paramilitarismo e contrabbando, e uno interno, l’opposizione “fascista”, entrambi con l’obiettivo di rovesciare il governo e i successi della “rivoluzione bolivariana”. Il tentativo insomma è quello di compattare ideologicamente il blocco sociale che negli anni passati ha appoggiato il chavismo, sfibrato da una crisi economica senza precedenti. La strategia dell’opposizione è quella di non rispondere alle provocazioni e vincere le elezioni legislative del 6 dicembre. I prigionieri politici sono consapevoli che l’unica via per avere giustizia passa per le urne elettorali, perché senza un cambio politico difficilmente dalle aule giudiziarie arriverà qualcosa di diverso da una condanna.

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