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Come parla una regina

Il fatto che la Regina sia impolitica non implica che sia avulsa. Stile, toni, linguaggi, messaggi. I sessant’anni di regno raccontati con le parole che hanno formato un popolo

9 Settembre 2015 alle 10:44

Come parla una regina

La regina Elisabetta con la principessa Kate (foto LaPresse)

Corre voce a Cambridge che quando la Regina visitò il dipartimento di matematica venisse ricevuta da Timothy Gowers, medaglia Fields e superstar accademica. Dovendo intrattenere il consueto scambio di convenevoli, la Regina non trovò di meglio da chiedergli che: “Lei lavora qui?”; e di fronte all’incredulità di Gowers gli astanti sogghignavano in attesa che trovasse un modo brillante ma non offensivo di risponderle. Fermiamo l’immagine un istante prima della risposta per ricordarci che la Regina, di mestiere, parla. Fa tre tipi di discorsi: gli interventi politici, scritti dallo staff del primo ministro o – se tenuti in giro per il Commonwealth – concordati col governante locale senza esprimere opinioni personali; le dichiarazioni spontanee, emesse in circostanze eccezionali quali ad esempio il secondo matrimonio del principe Carlo o l’attentato islamico a Londra del 2005; infine i messaggi di Natale, gli unici che al netto dell’aiuto dello staff di Palazzo sono di pugno della Regina e fanno capire cosa pensi veramente. A essi si affiancano le parole marginali, formali e informali: quelle informali sono repentine benché misurate espettorazioni d’ira o compassione, poco affidabili poiché sempre riferite da intermediari; le formali sono invece i brevi scambi negli incontri con personalità di vario titolo e grado. Brevi, appunto. Nel documentario BBC “Elizabeth R” (1992) lei stessa spiegava che “bisogna essere brevi, altrimenti non la si finisce più; uno spera sempre di ricevere la risposta che desidera ma non accade mai”.

 

Per questo una domandina ciascuno basta e avanza, nell’infinita teoria di persone che le sfila dinanzi. Ogni dichiarazione spontanea della Regina è mediata dalla noia –“Perché sono tutti così noiosi, noiosi, noiosi?”, domandò al principe Filippo durante una visita in Oceania nel ’53 – e dalla consapevolezza, rivolta alle truppe britanniche nel 2009, che “le mie parole vengono ascoltate simultaneamente in fusi orari, climi e territori differenti”. Ogni parolina regia ha un’eco infinita e, ogni volta che parla, la Regina deve fare in modo di rammentare al popolo il proprio ruolo di madre di famiglia, modello etico e capo religioso. Anche la lingua ha importanza: ospite di Chirac ha parlato in francese ma una volta in Germania s’è rifiutata di parlare tedesco. Primo monarca britannico a visitare l’Irlanda indipendente, ha fatto sensazione apostrofando il parlamento con un “A Uachtaráin agus a chairde” e anche chi non ha colto subito il senso s’è reso conto che la presidentessa McAleese s’è voltata verso i banchi con un triplice “Wow!”.

 

Il fatto che la Regina sia impolitica non implica che sia avulsa. Ripercorrendo i suoi discorsi in un nuovissimo libro inglese – “The Queen’s Speech” di Ingrid Seward, panegirico pubblicato da Simon & Schuster – si scorge una certa lungimiranza nel distruggere l’impeto della fantasia al potere sette anni prima del ’68 (“Nulla migliorerà se il popolo si esprime con la mera rivolta contro ciò che ritiene fuori moda. C’è un’opportunità per tutti ma la ricompensa è la soddisfazione di avere lavorato non egoisticamente”), nell’avversare l’esposizione mediatica dei royal baby già nel ’58 e nell’assicurare già nel ’73 che l’Unione europea non avrebbe intaccato il Regno Unito. Ha delineato in due righe il nocciolo della Big Society otto anni prima di Cameron, insistendo sul fatto che le celebrazioni di strada per il cinquantenario del proprio regno avessero l’obiettivo di “ricordare al popolo il valore degli eventi in comune col vicinato onde costruire un genuino spirito comunitario”. Al contempo è stata insieme a Margaret Thatcher (fautrice del “there is no such thing as society”) la più strenua sostenitrice della responsabilità individuale.

 

E’ il frutto dell’avere ricevuto ciò che all’incoronazione aveva definito “il fardello gravatomi addosso in così giovane età”. Sola con le chiavi del regno a venticinque anni, la Regina ha intessuto decenni di discorsi con continui richiami al dovere dei singoli: nel ’68 dicendo che la nazione dipende “dal lavoro e dal talento degli individui”, nel ’75 ribadendo che “ciascuna delle nostre azioni quotidiane cambia qualcosa”, nel 2001 insistendo sulla responsabilità di ognuno di essere d’esempio agli altri. All’interno di quest’etica individuale, la necessità di guardare al futuro anziché al passato non è una vacua esortazione alla speranza ma brusco richiamo a fare il proprio dovere: “Si è tentati di dire ‘se soltanto’ guardando indietro. Meglio dire ‘se soltanto’ guardando avanti” (1996).

 

Ciò non toglie che la Regina sia a tratti ottusa, come quando disse che i cavalli si rendevano conto che era Natale, o dimenticò la vittoria ai Mondiali nel messaggio del ’66, o ritenne che il matrimonio della principessa Anna potesse fare da contrappeso alle disgrazie del mondo dilaniato del ’73. La sua etica però resta imperniata un impegno individuale che è necessità di rispondere delle proprie azioni dinanzi a Dio: la Regina non dimentica mai di essere capo religioso e difensore della fede. I suoi messaggi natalizi hanno sempre battuto (dopo il 2000 un po’ meno, in verità) sulla nascita di Cristo e perfino il suo primo discorso in assoluto, da adolescente in una trasmissione radio per l’infanzia nel ’40, conteneva un piccolo distillato di teodicea per bambini spaventati dalla guerra.

 

Non solo nel giorno dell’incoronazione richiese espressamente al popolo di pregare per lei, ma nel ’72 spiegò che il Vangelo contiene la formula infallibile “pace in terra agli uomini di buona volontà”, e l’anno dopo aggiunse che queste parole consentono di “impegnarsi personalmente a migliorare le cose” per mezzo della compassione e della tolleranza. Adusa alla noia, a una famiglia bislacca, a una nazione ostinata, la Regina ha sempre patrocinato la tolleranza in ogni campo, privato e pubblico, insistendo particolarmente sulla tolleranza religiosa. Nel 2004 ha citato la metropolitana di Londra come esempio di convivenza funzionale delle fedi, ricalcando ciò che nel 1711 Joseph Addison aveva scritto in un celebre articolo dello Spectator sui mercati di Londra; nello stesso discorso ha distinto la religione, fattore unificante fra gli uomini, dal credo, fattore divisivo.

 

[**Video_box_2**]La politica le è sempre parsa in difetto davanti ai cristallini precetti evangelici e nel ’64 ha ridotto la grande tradizione liberale britannica al miglior risultato ottenuto per approssimazione “dopo molti secoli di tentativi ed errori”. Nel ’97, rivolgendosi direttamente a Tony Blair, ha detto di invidiarlo perché poteva fondarsi su un chiaro mandato del popolo mentre “per la famiglia reale interpretare questo mandato può essere arduo, oscurato com’è da deferenza e retorica. Tuttavia dobbiamo interpretarlo”. In questo la Regina si sente più vicina a Vittoria, cui nel ’92 ha ascritto la propria propensione per “la moderazione in ogni cosa”, che a Elisabetta, cui nel ’53 aveva rimproverato di avere governato dispoticamente in quanto né moglie né madre. I richiami alla famiglia vanno infatti oltre il doveroso inchino al retaggio dei Windsor nonché a un marito che lamenta di essere visto come un ameba (lei lo ha pubblicamente strigliato quando era in ritardo per un picnic a Balmoral). Appaiono espressamente funzionali a stabilire una simmetria con il pubblico cui la Regina si rivolge, a partire da una data ben precisa: nel ’58 il primo messaggio natalizio trasmesso in tv culminava nel racconto della famiglia regale “che spesso si riunisce attorno al televisore, come immagino stiate facendo voi in questo momento”. Così nel difficile ’92 del divorzio fra Carlo e Diana la Regina ha potuto ringraziare i sudditi che avevano espresso il proprio supporto sottolineando quanto l’avesse colpita che “tale sostegno fosse arrivato da famiglie che avevano problemi per conto proprio”.

 

Il tentativo di risultare simmetrica al popolo giustifica il leitmotiv stilistico del tono della Regina, un misto di umorismo e understatement che l’ha portata a citare Groucho Marx (“Chiunque può invecchiare, basta vivere piuttosto a lungo”, 2006), a dire “Buonasera, Mr Bond” a Daniel Craig interpretando sé stessa nel video che fece impazzire l’inaugurazione delle Olimpiadi 2012, a iniziare un discorso in America citando una gaffe di Bush jr. e soprattutto a rintuzzare un Blair troppo preso dall’organizzazione del Golden Jubilee: “E’ il mio giubileo, Mr Blair”. Il suo regno ha visto i massimi cambiamenti nei mezzi di comunicazione e lei poteva uscirne indenne solo con lo spirito che, a mezzo secolo dall’incoronazione, l’ha portata a dichiarare: “Sono stati cinquant’anni piuttosto notevoli sotto vari aspetti”.

 

Torniamo a Cambridge. La domanda parsa stucchevole ai presenti accecati dal prestigio accademico e dalla necessità di dimostrarsi più intelligenti degli altri, messa nel contesto dell’immagine verbale della Regina è una gemma di understatement, ironia, buon senso, pragmatismo, ridimensionamento della prosopopea altrui; come quando all’Onu si era presentata annunciandosi disinvoltamente come capo di un Commonwealth di cinquantaquattro nazioni. Gower, un po’ spiazzato, non poteva che risponderle “Sì”, prima di essere riconsegnato al confuso flusso di eventi del suo lungo regno, e lunga vita.

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