Accoglienza in UK (e guerra in Siria)

Cameron parla di migranti ma pensa a come intervenire alla radice. Il cuore e la testa. Il premier inglese ha promesso che li userà entrambi nella sua reazione alla crisi dei migranti siriani. E' ossessionato dal “pull factor”, ossia dall’incoraggiamento insito in qualunque promessa di accoglienza.

4 Settembre 2015 alle 20:23

Accoglienza in UK (e guerra in Siria)

Il premier inglese David Cameron (foto LaPresse)

Il cuore e la testa. David Cameron ha promesso che li userà entrambi nella sua reazione alla crisi dei migranti siriani. Ne accoglierà “a migliaia” tra quelli provenienti dai campi profughi delle Nazioni Unite in Giordania, Turchia e Libano, per non incoraggiare nessuno a correre rischi e per non accendere la fantasia dei trafficanti di esseri umani. Ma anche per riportare l’attenzione al focolaio del problema, ossia un paese crollato da anni: perché la crisi è innanzitutto lì e non sarà prendendo “più e più rifugiati” che si verrà a capo del dramma. Anche per l’arcivescovo di Canterbury Welby il “dovere morale assoluto” non è fatto di sola, necessaria, compassione, ma anche di una “gestione del conflitto a lungo termine”. Con il cuore e con la testa.

 

Da tempo Cameron è ossessionato dal “pull factor”, ossia dall’incoraggiamento insito in qualunque promessa di accoglienza, e questo l’ha voluto tenere come punto fermo nel suo discorso di ieri a Lisbona. Ma il premier che qualche mese fa si arrischiava a parlare di “sciame” per definire i disperati di Calais ha fatto dietrofront e, forte dell’impatto enorme che la foto del piccolo Aylan ha avuto anche sulla Middle England, ha annunciato il suo piano: estendere lo schema di redistribuzione delle persone vulnerabili a un numero indefinito di migranti, qualche “migliaia”. Rivendicando come “nessun paese abbia fatto più del Regno Unito” con i suoi 900 milioni di sterline di aiuti umanitari, Londra ha poi promesso altri 100 milioni. Ma se il cuore pensa all’umanitarismo, la testa è tornata a ragionare sul ruolo della Gran Bretagna in politica estera, innanzitutto recuperando le carte da giocare nei negoziati europei, ma anche tenendo forti rapporti con i paesi amici come la Giordania, cruciali in un momento in cui più di una riflessione su come intervenire nella regione si impone. Oltre a non voler ripetere lo stallo del 2013, quando si parlava di bombardare Assad, Cameron deve però vedersela con l’imminente elezione del leader laburista e con il rischio di dare inutile rilievo al superpacifista Jeremy Corbyn, avversario politico altrimenti da sogno, tenendo anche presente che in Gran Bretagna vivono molti musulmani al cui voto i conservatori ambiscono da sempre. Restano le “safe zones” suggerite anche da Liam Fox, soluzione un po’ utopistica ma invisa ai locali e sempre a rischio Srebrenica.

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