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Identikit ragionato dei siriani che adesso sognano l’Europa

Il giornalista tedesco Bauer ha viaggiato dall’Egitto all’Italia con i profughi, tra scafisti, gps e camicie pulite

27 Agosto 2015 alle 20:00

Identikit ragionato dei siriani che adesso sognano l’Europa

Migranti siriani attraversano il confine tra Ungheria e Serbia (foto LaPresse)

Roma. Amar Obaid è un imprenditore di Homs, Siria. La famiglia dei fratelli Alaa e Hussan possedeva tre negozi di tappeti nella città vecchia di Damasco. Bashar è un loro amico. I cugini Rabea e Asus vengono a loro volta da una ricca famiglia di commercianti. Con loro, esempio di quel ceto medio-alto siriano che cerca di scappare dalla morsa tra la feroce dittatura di Bashar Assad e la follia assassina dello Stato islamico, si è imbarcato Wolfgang Bauer: 45enne giornalista tedesco, che da inviato dello Zeit in Siria aveva conosciuto Amar. “Io e il fotografo Stanislav Krupar abbiamo accompagnato per diverse settimane un gruppo di profughi siriani in fuga dall’Egitto. Eravamo sotto copertura, dicevamo di essere fuggiti dal Caucaso. Volevamo documentare e provare sulla nostra pelle cosa significa essere profughi”, ha detto. Un’odissea raccontata in un libro che esce ora in Italia: “Al di là del mare. In fuga verso l’Europa con i siriani” (La Nuova frontiera, 160 pp., 12 euro).

 

“Per tanti, le spiagge della Sicilia sono spiagge su cui rinascere a nuova vita. La parola ‘Italia’ è un conforto per centinaia di migliaia di persone che  sfidano la morte per scappare in Europa, al di là del mare”, spiega Bauer. “Finora nessun giornalista ha osato tentare la traversata su un barcone dall’Egitto”. E’ stata scartata “l’ipotesi di partire dalla Libia o dalla Tunisia” perché anche se “la distanza dalle coste italiane è minore”, “le imbarcazioni sono dei rottami. Gli scafisti egiziani devono affrontare un viaggio più lungo, ma hanno a disposizione navi migliori”.

 

Amar è scappato in Egitto dopo aver partecipato all’inizio della rivolta contro Assad, per non mettere a repentaglio moglie e figli. Imprenditore nato, con i suoi risparmi ha fondato al Cairo una piccola azienda di import-export di mobili balinesi e indiani, dando lavoro a otto persone e  comprandosi una casa da 280 metri quadri. Ma dopo la caduta di Morsi in Egitto è cresciuta un’ondata di xenofobia verso i siriani, e con l’imposizione dell’obbligo del visto alle frontiere Amar si è visto anche impossibilitato a compiere i viaggi essenziali per il suo lavoro. Ha deciso dunque di andarsene. “Una camicia decente”, è la sua grande preoccupazione prima di partire. “In Italia non voglio sembrare un delinquente”. “Lo sembrerai lo stesso”, lo sfotte la figlia.

 

Anche la famiglia di Alaa e Hussan ha dovuto chiudere i negozi: “Il novanta per cento dei nostri clienti era straniero”. Ma loro sono fuggiti soprattutto per evitare che l’obeso e Gameboy-dipendente Hussan venisse arruolato nell’esercito di Assad, da cui ha disertato anche Rabea. “Il traffico di esseri umani in Egitto ha una struttura non troppo diversa da quella dell’industria turistica”, spiega Bauer. “Tutto il paese è disseminato di punti vendita, gestiti dai cosiddetti agenti. Ai clienti danno a intendere di servirsi solo dei migliori scafisti, la verità è che non ne hanno molti a disposizione. La traversata costa intorno ai tremila dollari. Si possono trovare offerte migliori o peggiori, ma alla fine non c’è differenza tra prima e seconda classe, si finisce tutti nello stesso barcone. L’agente che si è occupato della vendita guadagna una provvigione di circa trecento dollari”.
A bordo, i marinai guadagnano tra i cento e i trecento euro al giorno. Cento euro a passeggero vanno anche alla Guardia costiera egiziana, perché chiuda un occhio. Ma tutti cercano arrotondare. Il gruppo viene sequestrato una prima volta a terra, per un litigio tra due bande. Poi, subito dopo la partenza, finisce su un isolotto presso Alessandria. Lì li prendono i militari egiziani, e Bauer finisce in carcere la prima volta. Quando scoprono che è un giornalista tedesco sarà espulso in Turchia, con Rabea e Amar. Gli altri vengono rimessi in libertà ad Alessandria. Il primo che ci riprova è Asus, e in cinque giorni arriva in Svezia.

 

Anche Alaa, Hussan e Bashar partono in nave, ma il tragitto è tortuoso. Grazie al gps, a un certo punto Alaa capisce che il suo gruppo non si sta dirigendo verso l’Italia, bensì verso Bengasi. Ma proprio lì li trova un elicottero italiano, in cerca di un’altra nave intanto affondata. “Alaa realizza che la sua fortuna nasce dalla tragedia capitata ad altri”. Scrive Bauer: “In Sicilia la polizia li ha fatti andare via dal centro di accoglienza dopo una sola notte, insieme a quasi tutti i profughi arrivati insieme a loro. Il governo italiano in realtà non rispetta la legge europea sul diritto di asilo. Non vuole sostenere da solo il peso della marea di profughi provenienti da sud”. Raggiunto per telefono Bauer li va a prendere, per accompagnarli in auto in Austria. Lì è arrestato la seconda volta: come trafficante. Anche qui, appena scoprono che è un giornalista lo rimettono in libertà. E anche qui i rifugiati vengono rilasciati, purché vadano da qualche altra parte. Infine, si ritroveranno con Asus in Svezia.

 

[**Video_box_2**]Amar invece, in aereo con passaporti falsi, via Tanzania-Zambia-Namibia è arrivato a Francoforte, dove “Solo ai neri hanno chiesto i documenti”. Adesso vive in un piccolo ricovero per rifugiati in Assia, e sta cercando di ricongiungersi con la sua famiglia.

 

Siamo rimasti a guardare la Siria morire
“Noi europei non vogliamo immischiarci”, è l’epilogo di Bauer. “Non vogliamo commettere errori. Siamo rimasti a guardare la Siria morire. Abbiamo mandato tende alle vittime dei bombardamenti, ma abbiamo lasciato che Assad continuasse a bombardare”. “Mentre la gente moriva, l’Europa, e in particolare il governo tedesco, ha perseguito una politica di non intromissione, una politica dell’attesa, la politica dello spettatore. Dicevano che se avessero istituito una no-fly zone e predisposto un intervento militare avrebbero solo peggiorato la situazione. Ce ne siamo tenuti fuori per tutti questi anni, perché non volevamo peggiorare le cose. Un mantra che il ministero degli Esteri del governo Merkel continua a ripetere anche oggi. E che cosa abbiamo ottenuto? Che la crisi nella penisola araba si aggravasse al punto da essere difficilmente peggiorabile”.

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