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Vuoi aiutare lo sviluppo del paese? Prova a spostare la Capitale

C’è chi ci sta pensando, come l’Egitto, e chi c’è già riuscito, come il Brasile, la Malesia, il Kazakistan e la Guinea Equatoriale. Un intreccio di megalomania e necessità economiche hanno spinto grandi paesi in ascesa a spostare il cuore nevralgico dello stato.

9 Agosto 2015 alle 06:23

Vuoi aiutare lo sviluppo del paese? Prova a spostare la Capitale

Un modellino della nuova capitale egiziana

Non solo Suez. Presentato ormai al mondo lo storico raddoppiamento del Canale per rafforzare il proprio potere ma anche stimolare l’economia, il presidente Abdel Fattah al Sisi prepara un’altra opera colossale: lo costruzione di una nuova capitale, al Cairo da oltre un millennio, in cui spostare il governo. 45 miliardi di dollari di budget preventivato a parte, è la stessa locazione a suggerire l’aggettivo di “faraonico”. Proprio sotto i faraoni la capitale era stata spostata per ben 22 volte, fino a quando Alessandro Magno non aveva fatto costruire Alessandria. Per ora nota solo come “Nuova Capitale Amministrativa”, la nuova capitale è stata annunciata dal ministro dell’Edilizia Mostafa Madbouly  il 13 marzo, durante la conferenza economica di Sharm el Sheikh e un protocollo di accordo per la sua realizzazione è stata firmata con Capital City Partners, una società degli Emirati Arabi Uniti. Nonostante le ironie su Sisi per il progetto mastodontico, l’Egitto è un pur sempre un paese dove il 99 per cento degli abitanti si ammucchia solo sul 5,5 per cento del territorio, con una densità di 1.522 persone al km2, la più alta al mondo tra i paesi di grandi dimensioni. E al Cairo, con oltre 10 milioni di abitanti, si arriva a 22.583,55 abitanti per Km2. Insomma, decongestionare non è affatto un’idea cattiva. A 48 chilometri a est del Cairo, la nuova città dovrebbe essere edificata su una superficie da 270 Km2 in un’area oggi spopolata, in direzione di Suez, e dovrebbe ospitare tra i 5 e i 7 milioni di abitanti. In programma anche grattacieli, monumenti, un parco grande il doppio del Central Park di New York, laghi artificiali, 2.000 istituti scolastici, un parco tecnologico, 663 tra ospedali e cliniche, 1.250 moschee, 40.000 stanze d’hotel, un parco tematico quattro volte più grande di Disneyland, 90 km2 di centrali fotovoltaiche, un collegamento ferroviario col Cairo e un nuovo aeroporto. Il tutto da completare entro il 2020-2022?

 

Un altro paese, sia pur con una densità di popolazione molto più bassa, ha uno storico problema di gigantismo della capitale: è l’Argentina, dove un cittadino su tre vive nella Grande Buenos Aires. E infatti anche lì, nel 1987, Raúl Alfonsin, presidente durante la transizione democratica, aveva fatto votare dal Congresso una legge per trasferire il governo federale a Viedma, una cittadina della Patagonia di 50.000 abitanti. Alfonsín si ispirò anche all’asempio di Brasilia, la nuova capitale brasiliana che il presidente progressista Juscelino Kubitschek fece costruire a tempo di record tra 1956 e 1960. Qui non c’era in realtà un particolare problema di sovraffollamento di Rio de Janeiro, che come numero di abitanti è seconda dopo San Paolo. Così come in Egitto e in Argentina, l’obiettivo era piuttosto quello di “centrare” al meglio la collocazione geografica della capitale sulla mappa dello stato. Spostandola da una collocazione troppo defilata, si pensava così di riequilibrare il livello di sviluppo dell’intero paese. In Brasile e in Argentina è stata spostata dalla costa atlantica all’entroterra; in Egitto, dal Nilo al Mar Rosso. Così si è realizzato il sogno di Brasilia, anche con le famose architetture futuriste di Oscar Niemeyer. Il progetto argentino di Viedma fu invece accantonato a causa della grave crisi economica del 1989, senza essere in realtà mai veramente partito. 

 

Insomma, costruire una nuova capitale non è uno scherzo. Eppure, oltre al caso del Brasile, ogni tanto c’è qualcun altro che non solo ci prova, ma pure ci riesce. Andando nel passato più o meno remoto, possiamo ricordare ad esempio Costantinopoli, Madrid, San Pietroburgo, Washington, Canberra. Un record, considerati i tempi, fu soprattutto la costruzione di San Pietroburgo, realizzata in soli sei anni. Ma i costi umani furono elevati, anche perché pur di avvicinarsi il più possibile al Baltico, Pietro il Grande aveva scelto una zona paludosa infestata dalla malaria. Ne “Il cavaliere di bronzo” si fa riferimento proprio a questa scelta scellerata dello zar (nel poema del 1833 di Aleksàndr Sergeevič Puškin, il protagonista è un abitante della città che perde la donna amata in un’inondazione e maledice allora la grande statua di bronzo dello zar).

 

Le nuove capitali si sono dimostrati un pallino tanto dei governi riformisti e decentralizzatori, quanto di quelli autoritari e accentratori. L’ultima a essere stata realizzata, inaugurata giusto il 3 agosto scorso (anche se in realtà sarà terminata solo nel 2020), è in Guinea Equatoriale, ed è nota con il doppio nome di Oyala e Djibloho. 19 erano i capi di stato e i presidenti che hanno partecipato all’inaugurazione e un ruolo importante nei lavori lo ha avuto il gruppo italiano Piccini di Perugia, che ha realizzato Grand Hotel Djibloho e altre infrastrutture. Al di là della megalomania del presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, accusato e processato a livello internazionale per diversi crimini contro i diritti umani e per altri scandali di corruzione, il progetto aveva un senso, dato che la vecchia capitale Malabo si trovava su un’isola lontana dal centro nevralgico della Guinea Equatoriale, un paese in rapida crescita petrolifera.

 

[**Video_box_2**]Tra Brasilia e Oyala-Diloho, altre quattro nuove capitali sono state realizzate: Islamabad in Pakistan tra il 1959 e il 1967; Abuja, in Nigeria, tra il 1976 e il 1991;  Putrajaya, in Malesia, tra il 1995 e il 2001; Naypyidaw, in Myanmar, tra il 2002 e il 2008. Astana, che sostituì nel 1997 Almaty come capitale del Kazakistan, era invece una città preesistente. Ma anch’essa può essere considerata una ‘città nuova’ con tutti i massicci piani urbanistici voluti dal presidente Nursultan Nazarbayev: anche lui, un padre padrone ricchissimo di petrolio.

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