Mariano Rajoy (foto LaPresse)

Nelle terre di Mariano. Viva il modello Rajoy

Paola Peduzzi
Sarà grigio, ma il premier spagnolo parla la lingua della crescita e sa come disinnescare la politica dei caciaroni. Il Fmi prospetta per la Spagna quest’anno una crescita del 3,1 per cento, più del doppio della media della zona euro, numeri da inglesi, e senza la sterlina.

Milano. Non ha mai avuto il piglio del leader, il premier spagnolo Mariano Rajoy, i commentatori hanno sempre sottolineato le tante sfumature del suo grigio, e anche quando vinse, nel 2011, le elezioni con la più grande maggioranza mai raggiunta dal Partito popolare dopo la dittatura, continuò a galleggiare nella nostalgia dei “gran tempi di Aznar”. Gira una battuta sui galiziani come Rajoy, se li incontri su una scala non sai mai se stanno salendo o scendendo, e Rajoy dice che questo cliché lo perseguita da sempre, ma ribatte svelto: quale non galiziano avrebbe preso le decisioni che ho preso io? Perché il premier ha salvato la Spagna, con scelte difficili e molta tensione, anche se tutti attorno ripetono che è stato quasi un caso, un incidente benevolo della storia, che i popolari hanno dimezzato la loro base elettorale e sono martoriati dalla corruzione, che la forza è a sinistra, e vedrete alle elezioni di autunno. Si gioca tutto Rajoy, come anche tutti gli altri, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni di scontri ideologici feroci è che la piazza è spesso sopravvalutata, mentre il rigore fiscale e l’austerity sono sempre sottovalutati. L’esempio inglese va fortissimo nell’entourage di Rajoy: i Tory di David Cameron sembravano condannati a coabitazioni perverse, se non addirittura alla sconfitta, e ora sono lì, solitari e solidi gestori del Regno Unito.

 

Il Fmi prospetta per la Spagna quest’anno una crescita del 3,1 per cento, più del doppio della media della zona euro, numeri da inglesi, appunto, e senza la sterlina. La scorsa settimana sono arrivati i numeri sulla disoccupazione e per la prima volta Rajoy è riuscito a cogliere rapido l’attimo per rilanciarsi – anche su Twitter, mezzo con cui non ha troppa dimestichezza – come colui che è riuscito a fare quel che tutti consideravano impossibile: curare il mercato del lavoro durante la recessione. Era dal 2005 che non si creavano posti di lavoro come nel trimestre aprile-giugno di quest’anno, 411 mila. In termini relativi la notizia è di quelle che, come ha scritto il sito Politikon, “inquadrano una tornata elettorale”, ma non si può dimenticare, e l’opposizione non lo fa mai, che la disoccupazione spagnola è seconda in Europa soltanto a quella della Grecia: ora è al 22,4 per cento, nel primo trimestre del 2015 era al 23,8 (nel 2013 era al 27). Cala troppo lentamente, ha scritto l’Economist in un articolo molto critico, e gli esperti sottolineano che si tratta di un boom fisiologico che riguarda i lavori estivi temporanei, che a settembre svaniranno. Ma intanto Rajoy festeggia: “La strada davanti a noi è molto lunga – ha detto il premier – Ma siamo passati dal causare metà della disoccupazione europea a creare metà dei posti di lavoro del continente”.

 

La formula adottata dal premier spagnolo è stata quella dell’austerità. Nel 2012 il settore bancario spagnolo è stato salvato dall’Europa, con un bailout da 100 miliardi di euro. In cambio però la medicina è stata pesante e senza concessioni, riforme e tagli alla spesa, e quando oggi Rajoy dice che il salvataggio della Grecia è stato “un grande esempio di solidarietà” pensa a denti stretti quanto poco sia stato negoziabile il suo, di salvataggio. Ma dal 2014 la Spagna è uscita dal programma di aiuti, e se il consenso elettorale e la popolarità del premier non sono cresciuti, anzi, di certo lo sono le prospettive della Spagna.

 

[**Video_box_2**]Dal primo di luglio Rajoy ha abbassato le tasse, dopo che l’amato Aznar aveva detto ai popolari “fatevi sentire”, cioè capitalizzate sul successo che state creando per l’economia ancora così poco percepito. E’ il momento di mostrare tutto il thatcherismo che si può, e con quel tasso di crescita si può, sperando che l’ostacolo catalano a settembre non sia troppo duro, e che il coro antiliberale di tutta Europa non soffochi la voce della ripresa di Spagna.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi