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Quel brindisi a Srebrenica

Laura Boldrini, presidente della Camera, è andata a Srebrenica nel ventesimo anniversario della strage, ha indossato il velo e ha detto: “Tutti noi portiamo la responsabilità”. Falso. Srebrenica era un’“area protetta” dell’Onu.

14 Luglio 2015 alle 06:18

Quel brindisi a Srebrenica

Il colonnello olandese Ton Karremans brinda con Ratko Mladic (foto LaPresse)

Laura Boldrini, presidente della Camera, è andata a Srebrenica nel ventesimo anniversario della strage, ha indossato il velo e ha detto: “Tutti noi portiamo la responsabilità”. Falso. Srebrenica era un’“area protetta” dell’Onu. Una foto mostra il colonnello olandese Ton Karremans che brinda con Ratko Mladic. Subito dopo comincerà la deportazione e la mattanza di civili bosniaci. La colpa del più grave eccidio in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale non ricade solo su Radovan Karadzic e Mladic, che materialmente lo eseguirono. Né, come vuole Boldrini, Srebrenica può essere un sacrario laico per espiare sensi di colpa collettivi. La colpa è delle Nazioni Unite e dell’occidente disarmato che si affida a fragili organismi internazionali.

 

L’Onu si era assunta la protezione dell’enclave musulmana e, al momento decisivo, ha lasciato indifese migliaia di persone. Le osservò morire, una dopo l’altra, da una collina. Quella fotografia è il simbolo di quali sciagure produca lo spirito di appeasement. Gli assassini di Mladic si presentarono ai civili di Srebrenica con i Caschi blu avuti dal contingente olandese. Prima di Srebrenica c’era stato Hotel Rwanda. E per evitare che si ripetessero stragi simili fu necessaria la guerra in Kosovo e fu l’America a intervenire senza mandato Onu. Se non bastasse, la Corte dell’Aia non ha condannato nessuno per quella strage. Vent’anni dopo, Srebrenica non ha ancora sconfitto l’illusione di conciliare l’inconciliabile. Di difendere l’umanità con i brindisi.

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