Tra virgolette

Una crociata per Palmira

Oggi genocidi culturali, domani umani. Imperialismo e guerra al califfo. Le idee di Kaplan e Totten. “Il collasso del totalitarismo è alla radice del caos” nel mondo arabo, scrive Kaplan in un saggio duro in cui rivaluta l’imperialismo.

28 Maggio 2015 alle 15:27

Una crociata per Palmira

Un'immagine delle rovine di Palmira (foto LaPresse)

Roma. Chi salverà Palmira dalle distruzioni dello Stato islamico? L’antica città greco-romana, un tempo eccezionale metropoli commerciale e punto di scambio tra Europa, Persia, Cina e India, patrimonio mondiale dell’Unesco e culla di civiltà con un valore simbolico e strategico incalcolabile, questo mese è stata conquistata dallo Stato islamico. Per ora sembra che il califfo abbia risparmiato alle antiche colonne romane il trattamento riservato alle statue dei musei iracheni, ma ieri – secondo Reuters – ha usato il grande anfiteatro della città come scenografia per l’esecuzione di massa di venti persone. L’Unesco ha chiesto alla comunità internazionale di mobilitarsi per salvare il patrimonio della città.

 

Reperti a parte, proprio la caduta di Palmira – scrive Robert D. Kaplan, uno dei più influenti studiosi di geopolitica del mondo, in un articolo pubblicato su Foreign Policy con il titolo “The Ruins of Empire in the Middle East” – mostra come in medio oriente l’ordine politico sia difficilmente recuperabile. La città, scrive Kaplan, è simbolo di come i rapporti di potere nella regione “erano determinati dalle vie del commercio più che da confini fissi”. Una “realtà fluida”, non adatta alle regole e all’ordine della convivenza democratica, in cui lentamente tutto il medio oriente rischia di cadere di nuovo, perché al vecchio ordine imposto dall’imperialismo occidentale si stanno sostituendo il caos e il disordine. E’ questa la provocazione del grande studioso: solo con un ritorno all’imperialismo possiamo recuperare l’ordine e la stabilità perduti. “Lo sgretolamento che vediamo nel mondo arabo oggi”, scrive Kaplan, è il risultato della caduta finale di tre diversi sistemi imperiali. Quello dell’impero ottomano, che è crollato nel 1918 lasciando un caos di lotte settarie, etniche e nazionaliste dietro di sé. Quello dell’imperialismo europeo, la cui eredità è continuata per decenni dopo il ritiro di Francia e Inghilterra dalla regione. Infine, quello dell’imperialismo americano e dell’America come potenza stabilizzatrice nella regione.

 

“Non sono solo le forze imperiali che sono cadute e hanno lasciato il caos al loro posto”, scrive Kaplan. “Il crollo di Saddam Hussein in Iraq, di Muammar Gheddafi in Libia e la riduzione del regime di Bashar el Assad in Siria al ruolo di staterello minore ha concluso l’èra dei dittatori postcoloniali, il cui dominio era collegato organicamente all’eredità del colonialismo. Dopotutto, questi dittatori governavano dentro a confini eretti dagli europei” e avevano costruito delle identità secolari in assenza di vincoli nazionali ed etnici. Tutto questo è stato spazzato via, e anche “la cosiddetta Primavera araba non ha riguardato la nascita della libertà, ma il collasso dell’autorità centrale”, con poca cura su quanto gli stati privati di guida fossero pronti ai “rigori della democrazia”.

 

Due tipi di stati, scrive Kaplan, sono oggi riconoscibili nella nuova realtà fluida del mondo arabo: “le antiche culle di civiltà”, “che hanno sviluppato una forma di identità secolare forte che va oltre le questioni etniche e religiose” e che non è stata messa in dubbio dai tumulti recenti e dalla Primavera araba: questi stati sono il Marocco, la Tunisia, l’Egitto. Per Kaplan “il problema in questi paesi è stato su chi deve tenere il governo e su quale governo dovrebbe esserci, non sulla possibilità dell’esistenza di un governo centrale”. Poi ci sono gruppi di stati molto più instabili, come Libia Siria e Iraq, le cui identità sono state inventate dagli imperialisti europei. “Poiché in questi casi l’identità è fragile, erano necessarie le forme più soffocanti di autoritarismo per tenere insieme questi stati”. “Il totalitarismo”, scrive Kaplan, “era l’unica risposta alla fine dell’imperialismo dell’occidente in questi stati artificiali, e il collasso del totalitarismo è alla radice del caos del medio oriente”.

 

“Un nuovo presidente americano nel 2017 potrebbe cercare di ripristinare l’influenza imperiale occidentale nella regione”, scrive Kaplan, ma ormai il collasso dell’autorità centrale nel medio oriente potrebbe essere irrimediabile. “In molti paesi semplicemente non c’è nessuno al comando a cui presentare le nostre preoccupazioni”. E’ così che l’imperialismo, demonizzato per decenni, torna seducente: “Allora c’erano stati in guerre tra loro, oggi ci sono sotto-stati”, conclude Kaplan. “L’imperialismo favoriva l’ordine, per quanto retrogrado potesse essere”.

 

Ma se l’ordine del medio oriente è perduto, Palmira e l’intera culla della nostra civiltà restano in mano al regime totalitario e sanguinario dello Stato islamico. Michael J. Totten, giornalista e autore di saggi di geopolitica, raccoglie sul quotidiano online londinese City Journal le parole del capo del dipartimento delle Antichità siriano Maamoun Abdulkarim, che dice che salvare Palmira “è una battaglia del mondo intero”. Le cose in Siria sono così terribili che anche “gli assassini seriali, criminali di guerra, gangster settari e sponsor del terrorismo internazionale del regime del partito Baath arabo socialista di Bashar el Assad possono definirsi con credibilità ‘difensori della civiltà’”, scrive Totten. Pure i civili siriani sono fuggiti da Palmira davanti allo Stato islamico. Gli iracheni, i turchi, i giordani per ragioni di capacità o di politica interna non si muoveranno per salvare la culla della nostra civiltà, e il presidente russo Vladimir Putin, scrive Totten, “non correrà mai a salvare altra civiltà che non sia la sua”.

 

“Chi potrà intervenire, dunque?”, si chiede Totten. “Restano solo gli Stati Uniti. Siamo noi l’unica vera speranza. Solo che non lo siamo”. “Potremmo mandare truppe di terra per proteggere Palmira”, scrive Totten. “La città è parte del nostro patrimonio culturale, in un certo senso, poiché apparteneva un tempo all’impero romano, e abbiamo già fatto operazioni simili nel passato. Il film di George Clooney ‘The Monument Men’, uscito all’inizio del 2014, racconta gli sforzi di una piccola unità dell’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale per salvare costruzioni, ponti e opere d’arte prima che i nazisti potessero distruggerli. ‘Puoi spazzare via un’intera generazione’, dice Frank Stokes, interpretato da Clooney, ‘puoi bruciare le case delle persone, ma alla fine troveranno il modo di ritornare. Ma se distruggi la loro storia e distruggi le loro conquiste, è come se non fossero mai esistiti. E’ questo che vuole Hitler, ed è esattamente quello contro cui noi combattiamo’”.

 

Totten chiede dunque una grande mobilitazione, d’opinione e militare. “Probabilmente non occuperemo mai la Siria”, aggiunge poi in uno slancio di realismo pessimista. “Questo richiederebbe più di un decennio (di guerra). Per cui sì, il presidente degli Stati Uniti potrebbe andare e salvare Palmira, ma le possibilità che questo accada sono poche. Il presidente Barack Obama ha condotto una campagna elettorale e politicha sulla fine delle guerre in Iraq e Afghanistan, sul non rimanere invischiati in questo genere di situazioni. Su questo tema è sostenuto dalla maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici”.
“Ma l’inazione ha i suoi costi”, scrive Totten. “Oltre alle centinaia di migliaia di persone che sono già state uccise, uno stato terrorista e psicopatico che resterà con noi per lungo tempo sta crescendo nel deserto e si prepara a mandare in onda la distruzione degli edifici più meravigliosi della regione per centinaia di chilometri in ogni direzione”. E non è solo una questione di antichità e patrimonio storico-archeologico: “Gli eserciti pronti a commettere dei genocidi culturali sono sempre pronti a commettere genocidi contro le persone. Lo Stato islamico pensa di seguire l’esempio del profeta. Sta seguendo anche quello di Hitler, Stalin, Pol Pot, Mao”. Ritorna così la necessità di ordine e stabilità, e l’imperatvo per l’occidente per un intervento deciso. Scrive Kaplan: “La sfida ora non è tanto stabilire la democrazia quanto ristabilire l’ordine. Perché senza ordine non c’è libertà per nessuno”.
E se “crociata è una parolaccia”, come abbiamo scritto sul Foglio, “se non si può far nulla, perché non è corretto, facciamo almeno una copia del Louvre, una degli Uffizi, una del British, una di Pompei ed Ercolano, daremo lavoro a un sacco di gente, e mettiamo il tutto al sicuro. Dovessero distruggere Palmira, i nuovi califfi o successori acquisterebbero il diritto al tempo, una prerogativa storica della cultura occidentale anche non archeologica, e scoccata la prossima ora toccherebbe a noi”.

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