cerca

La Primavera araba spiegata dall’ex vice della Cia (affranto)

“Credevamo avrebbe segnato la fine di al Qaida, e invece ora c’è jihad ovunque. Ci affidavamo troppo agli alleati locali”. Cosa dice il libro di Michael Morell.

6 Maggio 2015 alle 06:18

La Primavera araba spiegata dall’ex vice della Cia (affranto)

Michael Morell, ex vicedirettore della Cia

Roma. Questo mese esce in America il libro di memorie di Michael Morell, ex vicedirettore della Cia, entrato nell’agenzia nel 1980 e arrivato a coprire per due volte anche l’incarico di direttore pro tempore. Nel 2001 aveva la responsabilità di presentare al presidente George W. Bush il rapporto mattutino sulle minacce all’America che l’intelligence compila ogni giorno e l’11 settembre, nell’ora della massima confusione durante gli attacchi, disse subito al presidente: “Scommetto tutti i soldi che ho, è stata al Qaida”.

 

Il libro si chiama “La grande guerra del nostro tempo” e si occupa soprattutto del ruolo antiterrorismo della Cia. Morell descrive una pagina disastrosa nella storia delle analisi dell’agenzia di spionaggio, che è chiamata a decifrare per conto dell’Amministrazione le anse e i tornanti della storia quando ancora è cronaca, ed è la cosiddetta Primavera araba. La Cia, dice Morell, non ha capito nulla della Primavera, che fu l’insieme di movimenti simultanei che sul finire del 2010 e per tutto il 2011 hanno rotto la stabilità dei paesi arabi. Credeva che le sollevazioni fossero il colpo di grazia contro al Qaida, marginalizzata dai movimenti popolari che ormai prendevano nelle loro mani la lotta contro i despoti arabi – e quindi svuotavano di significato il jihad, la guerra santa propagandata da Osama bin Laden. Non s’avvedevano invece, gli analisti della Cia, che la Primavera dal punto di vista dell’antiterrorismo si avviava “a diventare un inverno”. Quattro anni dopo le prime proteste di strada in Tunisia, i gruppi del jihad hanno ritrovato le forze in paesi come l’Egitto, la Libia, la Siria, lo Yemen e l’Iraq e sono al centro di conflitti sanguinosi che – secondo le nuove stime dell’agenzia di spionaggio americana – dureranno almeno un decennio.

 

La Cia non ha preso una posizione ufficiale, ma alcuni funzionari commentano con il Washington Post – che ha avuto in anticipo la copia del libro – che il fallimento nel riconoscere il successo di al Qaida sta nelle troppe aspettative sui movimenti politici che avrebbero dovuto sostituire i governi – e che invece si sono rivelati deludenti. Morell scrive che le agenzie d’intelligence americane hanno fallito nel capire la Primavera araba e i rischi che arrivavano dopo di essa perché facevano troppo affidamento – ed erano troppo dipendenti – sulle loro controparti nei governi mediorientali. “Siamo stati troppo lenti nell’avere una nostra idea a proposito di quello che stava succedendo, e i leader a cui facevamo riferimento erano inconsapevoli e isolati, non sapevano che onda stava per colpirli”. E con i governi, è crollata anche la loro capacità di contenere i gruppi del jihad.

 

[**Video_box_2**]Morell scrive che un ex direttore della Cia lo contattò nei giorni della rivoluzione egiziana per dirgli che il capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman, aspettava indicazioni dall’America. Breve nota: all’epoca Omar Suleiman era un’istituzione potentissima, teneva le chiavi della pace a Gaza e incarnava il modello eterno del “figlio di puttana” locale, crudele ma capace di tenere l’ordine per conto di alleati lontani. Morell scrive che Suleiman lo aveva contattato attraverso un canale segreto e all’insaputa del presidente Hosni Mubarak, per sapere come sopravvivere alla sollevazione – e forse per diventare egli stesso presidente. Il vice della Cia racconta che il governo americano tentò di usare Suleiman per convincere Mubarak a fare alcune concessioni chiave che avrebbero calmato (forse) la folla. Suleiman chiamò Morell al telefono e disse di essere riuscito a convincere il rais a inserire quei punti nel suo imminente discorso presidenziale. Ma alla sera fu chiaro fin dalle prime parole di Mubarak che il rais aveva scelto di fare di testa sua, segnando in questo modo la sua fine – perché la piazza dieci giorni dopo lo costrinse alle dimissioni. Suleiman si dimise e morì nel 2012.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi