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Pantere a Baltimora

Quanta “voglia di Black Panther” tra i rioter che sfasciano città e la reputazione dei manifestanti

28 Aprile 2015 alle 19:17

Pantere a Baltimora

Alcuni dei rioter di Baltimora (foto LaPresse)

Roma. L’ha capito subito il creatore della serie tv “The Wire”, David Simon, quando ha visto le immagini dei riot nelle strade di Baltimora. “The Wire” è una serie in cinque stagioni che pochi anni fa, con il pretesto di essere un poliziesco, ha raccontato Baltimora e l’America. I quartieri dove non si può entrare. La parlata fra neri così intraducibile e chiusa che i bianchi hanno bisogno di un traduttore quando intercettano al telefono i narcotrafficanti. Il sindaco che deve decidere se avere una buona scuola o una buona polizia, perché non può pagare entrambe. Simon scrive alla gente nelle strade: “Quello che sta succedendo adesso nelle strade è un affronto al ricordo dell’uomo (il venticinquenne Freddie Gray, ucciso in strada mentre era sotto la custodia della polizia) e una diminuzione della lezione morale assoluta impartita dalla sua morte non necessaria. Se non riuscite a chiedere un risarcimento e riforme senza tenere un mattone in mano, allora rischiate di sprecare questo momento che era di tutti noi di Baltimora. Tornate indietro. Andate a casa. Per favore”.

 

E invece, a Baltimora più che a Ferguson, il lato violento e senza legge della città ha battuto e di molto chi voleva protestare pacificamente, quelli delle mani alzate, i campioni dei diritti civili arrivati per il funerale di Gray. Non sono bastati i casi singoli di buon senso, come la madre, una maestosa matrona nera, andata a riprendersi il figlio incappucciato a suon di schiaffoni. “Dei criminali senza scusanti”, dice Obama. Il New York Times intervista un ragazzo del gruppo Crips – una banda della criminalità giovanile che è sulla scena nazionale da decenni – che parla di una tregua antipolizia stipulata con i Bloods, gli avversari storici. “Ero da solo sulla mia macchina, mi hanno visto ma non mi hanno fatto nulla”, dice il ragazzo eccitato dalla nuova situazione. “Abbiamo protetto i negozi dei neri, abbiamo indirizzato i saccheggiatori verso i negozi dei cinesi e degli arabi”. Hanno manifestato a braccetto con i completi scuri e papillon rossi della Nation of islam, il gruppo di Louis Farrakhan che si autodefinisce “setta islamica militante”. Il commissario della città, Anthony Batts, dice che Crips e Bloods hanno fatto un patto per uccidere un poliziotto a testa. A loro si aggiunge la Black Guerrilla Family, un’altra banda che conta sui pregiudicati più pericolosi della città. E’ la “blackpantherizzazione” dei disordini, che a giudicare dai reportage sono colpa di un novanta per cento di opportunisti in cerca di un mall da razziare e da un dieci per cento di teste calde cariche di ideologia.

 

[**Video_box_2**]Il risultato è una fiammata che ha fatto accorrere mille uomini della Guardia nazionale, con quei ridicoli veicoli blindati Mrap reimportati dall’Iraq, ha bruciato 144 automobili e alcuni edifici, compreso una casa di cura costruita grazie alle donazioni di una chiesa battista, e ha causato in città un coprifuoco notturno che durerà una settimana. E ha dato il destro ai freak da internet come Donald Trump per stoccate come questa: “Il nostro grande presidente afrocamericano non ha esattamente avuto un impatto positivo sui teppisti che stanno così gioiosamente e liberamente distruggendo Baltimora”. Anche sul fronte opposto le battute non sono meno feroci: “il Secret Service che protegge Obama è l’unica agenzia federale che finisce nei guai se sparano al nero”.

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