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editoriali
Il Pakistan in cerca di un ruolo: il lavoro sporco per Trump e la mediazione con l'Iran
Il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif ha fatto della guerra contro i talebani un obiettivo della sua leadership. E ora ha proposto il suo paese come luogo dei colloqui diretti tra Washignton e Teheran
Ieri i talebani hanno annunciato la liberazione del cittadino americano Dennis Coyle, detenuto da oltre un anno in Afghanistan. Come per i precedenti rilasci di cittadini americani, Kabul cerca di mandare segnali distensivi all’Amministrazione americana, che negli ultimi mesi ha aumentato la pressione: all’inizio di marzo Adam Boehler, l’inviato speciale di Trump per gli americani detenuti come ostaggi, aveva avvertito i talebani che, se non avessero rilasciato gli americani, sarebbero andati incontro allo stesso destino dei leader di Venezuela e Iran. In realtà il Pakistan si sta già muovendo in questo senso, con l’autorizzazione di Washington, da quasi un mese: l’operazione “Ghazab lil-Haq”, l’offensiva pachistana contro il regime dei talebani, è stata sospesa la scorsa settimana in occasione della festività per la fine del mese di Ramadan dopo la mediazione di Arabia Saudita, Turchia e Qatar, ma secondo i piani di Islamabad ricomincerà a breve “fino alla completa eradicazione del terrorismo islamista”. Il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif ha fatto della guerra contro i talebani un obiettivo della sua leadership, ma nonostante le lusinghe e l’appoggio della Casa Bianca il pressoché contemporaneo conflitto contro l’Iran (e la crisi di Hormuz che mette in pericolo il suo approvvigionamento energetico) l’ha messo in una situazione complicata: da un lato la “sua” guerra, dall’altro l’alleanza strategica con l’Arabia Saudita – con cui ha un patto di mutua difesa –, con il vicino Iran, con l’America di Trump. Ieri Sharif ha proposto ufficialmente il Pakistan come luogo dei colloqui diretti fra Washington e Teheran, in un messaggio pubblicato su X e poi rilanciato da Trump. Oltre a quello di Turchia ed Egitto, il ruolo del Pakistan sembra aumentare di importanza: Trump ha già più volte detto che il potente generale Asim Munir conosce l’Iran meglio di chiunque altro. E qualunque mossa di Islamabad non può essere compiuta senza il tacito accordo di Riad. Se succedesse, sarebbe il ritorno del Pakistan sulla scena internazionale, dopo decenni in cui nessuno si fidava più di Islamabad. Forse con qualche ragione.