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le stime

L'Ocse vede il pil allo 0,4 per cento. Il gas stavolta trova un'Italia fragile

Mariarosaria Marchesano

L'organizzazione internazionale di studi economici taglia le stime di crescita dell'Italia per il 2026 e prevede un rialzo dell'inflazione pari al 2,4 per cento. Il paese andrà verso una stagnazione se non arriverà una scossa

Milano. Va bene che le opposizioni non aspettavano altro per dire che il governo Meloni ha fallito. Però, sembra che piova sul bagnato: nel clima surriscaldato del post referendum arrivano i dati dell’Ocse a supportare chi sta cogliendo questo momento per bocciare l’azione dell’esecutivo anche nel campo dell’economia. Ovviamente, c’entra la guerra in Iran se il paese andrà verso una stagnazione, ma è esattamente quello che succederà se non arriva “una scossa” come auspicato su questo giornale dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. E la prova che le sue preoccupazioni sono fondate è arrivata ieri. L’Ocse ha tagliato le stime di crescita dell’Italia per il 2026 a 0,4 per cento (0,2 punti in meno rispetto alle previsioni di dicembre) mentre ha rivisto al rialzo l’inflazione al 2,4 per cento (0,7 per cento in più rispetto al dato di dicembre). La situazione, per l’Ocse, migliorerà solo un po’ il prossimo anno quando il pil del paese crescerà dello 0,6 per cento (solo 0,1 in meno rispetto al precedente outlook) e il livello dei prezzi salirà dell’1,8 per cento (e qui non si registrano variazioni). Il quadro economico è visto in peggioramento in tutta l’Eurozona, l’area nel panorama mondiale più esposta agli choc energetici. Però poi ci sono paesi che accusano più forte il colpo. “Nel caso dell’Italia abbiamo assistito a una crescita dell’occupazione relativamente debole negli ultimi tempi, e anche i consumi stanno rallentando”, ha detto Asa Johansson, direttore degli studi e ricerche economiche dell’Ocse, precisando che il nostro paese “stava andando leggermente meglio, con un certo slancio che proveniva dallo scorso anno”, ma che “i prezzi dell’energia stanno avendo un impatto sui consumi e questo sta pesando sulle prospettive di crescita”.

 

Così oggi ci sono dati ufficiali per dire che se il governo Meloni si troverà a fare i conti con un’economia più debole e con un’occupazione in calo, dipende dalla crisi in medio oriente scatenata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. E meno che male che, come dice l’Ocse, si potrà contare ancora su “un certo sostegno del Pnrr” altrimenti andrebbe anche peggio e, comunque, il piano europeo è alle battute finali. Secondo Prometeia, il costo maggiore della guerra, in termini di minore crescita, ricadrà sull’Europa, ma è per l’Italia che il 2026 si presenta “complicato”. Vero è che i prezzi raggiunti dai beni energetici nelle ultime settimane sono lontani dai picchi del 2022, ma proprio il confronto con la crisi energetica passata evidenzia differenze non trascurabili anche per chi governa. “I prezzi del gas – spiega Lorenzo Forni, capo economista di Prometeia – colpiscono questa volta un ciclo economico già debole, che nel biennio 2022-2023 era, invece, di tipo espansivo. Inoltre, le famiglie italiane mostrano una doppia fragilità: rispetto alla media dell’area euro e rispetto alla propria situazione di tre anni fa. E, data la debolezza della domanda, le imprese hanno meno spazio per scaricare gli aumenti dei costi energetici sui prezzi finali, il che limita in parte la pressione inflazionistica ma comprime i margini”. Secondo l’Ocse, le misure governative per attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere “tempestive”. Il governo italiano ha già introdotto, temporaneamente, il taglio delle accise sui carburanti con un costo stimato superiore a 500 milioni di euro. Ma ci vorrebbe ben altro per ridare fiato alla domanda se lo spazio fiscale non fosse tornato a essere troppo stretto dopo che nel 2025 l’indebitamento netto si è attestato al 3,1 per cento del pil, un decimo oltre l’obiettivo. “Mi auguro che in questa situazione il governo non cada nella tentazione di allentare il controllo sui conti pubblici che è valso all’Italia la promozione delle agenzie di rating e il ritorno di fiducia sui mercati internazionali”, riflette Emilio Rossi, economista di Oxford Economics. “In ogni caso, la necessità di sostenere famiglie e imprese con nuove misure dipende da quanto dura il conflitto in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz che è la causa del rincaro dei prezzi energetici”. Ieri, si è visto uno spiraglio perché sono riuscite a passare dieci petroliere, ma la fine della crisi non si vede ancora. Esiste il rischio che le agenzie di rating possano in futuro rivedere il loro giudizio sull’Italia? “Non me lo aspetto, ma se a ottobre siamo ancora qui a parlare del conflitto in Iran, tutto può succedere”, conclude Rossi.

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