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Editoriali
Il mercato regge alla chiusura di Hormuz
I motivi sono diversi: riserve piene, bypass attivi, banche centrali solide. Ma c'è un piccolo problema: non è per sempre
Tre settimane di guerra e attraverso lo Stretto di Hormuz, dove transitava un quinto del petrolio consumato nel mondo, i flussi si sono ridotti a un rivolo. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) l’ha definita la più grande perturbazione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero, eppure il sistema finanziario non sta crollando. Nessuna crisi bancaria e nessun congelamento del credito. In primo luogo, i paesi consumatori sono arrivati con le dispense piene. Le scorte globali superano gli 8,2 miliardi di barili, e le riserve strategiche sono state attivate su una scala che è la più grande di sempre: 400 milioni di barili, più del doppio di quanto fatto dopo l’invasione dell’Ucraina. In secondo luogo, esistono degli strumenti di mitigazione del rischio che nel 1973 non c’erano. L’Arabia Saudita ha portato a piena capacità la pipeline verso il Mar Rosso, gli Emirati pompano greggio verso il Golfo dell’Oman. L’Iea stima una capacità di bypass tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno: una frazione dei 20 milioni di prima, ma una possibilità che 50 anni fa non esisteva.
Infine, le banche centrali sono partite da una posizione solida. La Bce aveva riportato l’inflazione al 2 per cento, e la Fed veniva da tre tagli nel 2025. Giovedì Lagarde ha detto che le aspettative di inflazione a lungo termine “sono ben ancorate” e che l’economia “ha mostrato resilienza”. La scommessa, dunque, è che la guerra non duri abbastanza da contaminare salari e aspettative. Ma è una scommessa contro l’orologio: lo choc non è stato assorbito ma è stato rimandato usando dei cuscinetti che per definizione, trattandosi di riserve, non sono infiniti. Ma una parte dei danni è già irreversibile. Il colpo iraniano a Ras Laffan in Qatar, il più grande centro di produzione di Gnl al mondo, ha messo fuori uso il 17 per cento della capacità di export di Gnl qatarino, e le riparazioni richiederanno 3-5 anni. Questo non è uno choc che finisce con il cessate il fuoco, ma un danno strutturale che il mercato dovrà assorbire.
equazione a tre incognite