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problemi e soluzioni
Un nuovo choc per le Banche centrali, ma Fed e Bce tengono i tassi stabili
La riunione di questa settimana delle principale banche centrali arriva in un momento perfetto rispetto agli ultimi sviluppi geopolitici. L'incertezza legata ai tempi di chiusura dello Stretto di Hormuz genera incertezza e le banche potrebbero essere costrette ad aumentare i tassi
Questa settimana si riuniscono tutte le principali banche centrali: Federal Reserve, Bce, Bank of England, Bank of Japan e Swiss National Bank. Un tempismo perfetto di fronte ai recenti sviluppi geopolitici, che potrebbero avere un impatto sulle prospettive di inflazione e crescita. Nessun economista è in grado di fare una previsione affidabile sulla durata della chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso cui passano il carburante che alimenta l’economia mondiale, ma è ragionevole aspettarsi che l’era di una politica monetaria accomodante stia volgendo al termine. Insomma, le banche centrali sono state messe alle strette dallo Stretto e sono pronte ad aumentare i tassi, se serve. Ma non è quello che faranno subito.
Ieri, la Federal Reserve ha mantenuto i tassi invariati tra 3,5 e 3,75 per cento, spiegando che le implicazioni degli sviluppi in Medio oriente per l’economia statunitense sono “incerte”. Per il presidente Jerome Powell “è ancora presto per valutare gli effetti”. Che cosa farà oggi la Bce? “Dovrebbe mantenere i tassi invariati al 2 per cento per la sesta volta consecutiva, ma bisognerà prestare grande attenzione alle dichiarazioni sulle possibili conseguenze del recente choc sui prezzi dell’energia e concentrarsi su ciò che potrà accadere nelle riunioni di aprile, maggio e giugno”, spiega al Foglio l’economista Lorenzo Codogno (London School of Economics). “Dopo l’attacco del 28 febbraio all’Iraq da parte di Stati Uniti e Israele, la situazione globale è cambiata. Il forte aumento dei prezzi di petrolio, gas e altri combustibili spingerà inevitabilmente al rialzo la componente energetica dell’inflazione nei prossimi mesi. Tuttavia, la questione chiave è quanto e con quale rapidità questo si ripercuoterà su altri settori”.
Secondo Codogno, le attuali tensioni potrebbero avere un impatto anche sui trasporti, sull’agricoltura (fertilizzanti) e sulle produzioni ad alta intensità come carta, alluminio e acciaio. “La misura in cui lo choc energetico porterà a un aumento più ampio dell’inflazione di base influenzerà la risposta politica della Bce”. È opinione diffusa, tra gli osservatori economici, che Fed e Bce non si trovino più in un “good place”, un buon posto in cui stare, retorica che è stata alimentata sulle due sponde dell’Atlantico fino a quando non è deflagrata la crisi in Medio oriente. Con la sua politica estera, il presidente americano Donald Trump è come se avesse creato le condizioni per un restringimento monetario, nonostante questa sia l’ultima cosa che auspica come dimostrano le pressioni che ha esercitato su Powell (anche ieri) per indurlo ad abbassare i tassi, fino al punto da sostituirlo con una persona di sua fiducia, Kevin Warsh, che subentrerà a maggio alla guida della Fed. E questa è stata una delle ragioni per cui fino a qualche settimana fa i mercati scommettevano su oltre due tagli dei tassi da parte della banca centrale americana quest’anno nonostante l’inflazione persistente.
Oggi, con i venti di guerra, i future di Wall Street indicano a malapena una riduzione del costo del denaro. In Europa, la probabilità che il blocco di Hormuz, nonostante i ripetuti inviti rivolti alle compagnie da Trump ad attraversarlo comunque, abbia conseguenze sui prezzi al consumo è molto elevata. E secondo Codogno, è prevedibile che il livello complessivo dell’inflazione raggiunga un picco del 5-6 per cento verso la fine dell’estate. “Tuttavia, penso che se l’inflazione di base non dovesse superare il 3-3,5 per cento potrebbe comunque essere compatibile con tassi stabili”, osserva. La Bce si trova a un bivio: agire prima di avere visto questo impatto sui prezzi e sull’economia in generale o attendere che questo accada. “La lezione tratta dal picco energetico del 2022 è che, una volta che l’inflazione di base comincia a salire, la banca centrale deve agire rapidamente”, dice l’economista riferendosi implicitamente al ritardo con cui, secondo un’opinione diffusa, la Bce è intervenuta dopo l’invasione dell’Ucraina.
Un’altra lezione è che l’Eurozona rimane una delle regioni più vulnerabili agli choc energetici e questo diventa anche un tema politico. Tenere sotto controllo l’inflazione è fondamentale, ma è anche vero, come spiega Codogno, che un aumento dei tassi oggi potrebbe aggravare la recessione pesando su famiglie e imprese, com’è accaduto nel 2022: “Ma nessuno choc economico è uguale all’altro”.