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L'analisi

Perché il taglio delle accise rischia di fare più danni del caro benzina

Carlo Stagnaro

La mossa del governo contraddice la politica di prudenza seguita finora. La lezione del 2022 e la pressione di Lega e Partito democratico

Il taglio delle accise su benzina e gasolio di 25 centesimi per 20 giorni, in vigore da oggi, è un grave errore del governo, che contraddice la politica di prudenza seguita finora. L’intervento rischia, anzitutto, di acuire la crisi anziché risolverla. L’impennata dei prezzi dei carburanti riflette una fase di scarsità acuta che si è venuta a determinare sui mercati internazionali, con circa il 20 per cento dell’offerta di petrolio e gnl impossibilitata a superare lo stretto di Hormuz. Nonostante i frenetici tentativi di aggirare il blocco – per esempio utilizzando l’oleodotto saudita che collega direttamente il Golfo Persico col Mar Rosso – e l’impegno di altri paesi a incrementare la produzione, gran parte di questo ammanco non può essere rimpiazzato nel breve termine (specie per il gas). Il rincaro è il modo attraverso cui i mercati segnalano la penuria di prodotti energetici: utilizzare la leva fiscale per neutralizzarne il funzionamento significa, implicitamente, sostenere la domanda proprio quando questa andrebbe disincentivata.

                            

C’è poi un problema di finanza pubblica. La relazione tecnica quantifica il costo in oltre 400 milioni di euro per soli 20 giorni. Nel 2022, l’analogo taglio voluto da Mario Draghi lasciò un conto da circa 9 miliardi di euro in un anno, cioè circa 750 milioni di euro al mese.

Proprio quell’esperienza avrebbe dovuto essere una lezione, che Giorgia Meloni sembrava avere imparato e che invece oggi pare avere dimenticato. Da un lato, tagliare le accise è facile ma cessare il taglio è difficilissimo: quando la premier decise di tornare al livello ordinario da gennaio 2023 dopo la manovra draghiana, fu aspramente criticata e dovette resistere agli attacchi dell’opposizione e di parte della maggioranza. Oggi a quegli stessi attacchi non ha saputo, potuto o voluto resistere: è davvero credibile che, il 7 aprile, ritroverà la forza di farlo? Nonostante l’enfasi di Giancarlo Giorgetti sulla natura “temporanea” dello sgravio, non c’è da scommetterci, specie se i prezzi dei carburanti – come è ben possibile – resteranno sugli attuali livelli o saliranno ancora. Il che solleva un altro problema: per ora il costo può essere finanziato con tagli ai budget dei ministeri, ma se dovesse essere prorogato sarà necessario trovare un “tesoretto” plurimiliardario. Se pure questo spuntasse magicamente fuori senza dover emettere nuovo debito, siamo sicuri che sarebbe l’utilizzo migliore dei fondi?

C’è da dubitarne. Anche qui l’esperienza del 2022 è istruttiva: l’Ufficio parlamentare di bilancio stimò che che gli individui appartenenti al 10 per cento più ricco della popolazione godettero dell’agevolazione in misura 6,5 volte maggiore al decile più povero. Queste misure distribuiscono risorse a pioggia, senza distinguere tra bisognosi e no, e finiscono per dare troppo a chi non ne ha la necessità e poco a chi invece ce l’avrebbe. E’ paradossale, allora, che l’esecutivo abbia preferito il maxi taglio a un sostegno chirurgico alle fasce più deboli della popolazione, ripetendo l’errore del 2022. Diversamente da allora, lo spazio per fare nuovo debito si è molto ristretto (in parte perché, tra sgravi energetici, Pnrr e Superbonus abbiamo esaurito la capacità di indebitamento del paese). Quindi, le risorse spese oggi sono letteralmente sottratte alle emergenze di domani: il rischio è che i colpi più forti alla nostra economia non arriveranno dal caro carburanti, che pure contribuirà al rallentamento del pil, ma dal gas (oggi il Ttf ha aperto in rialzo del 30 per cento circa, pur avendo parzialmente ritracciato nel corso della domanda) e, conseguentemente, dall’energia elettrica. A quel punto ci troveremo quasi completamente disarmati.

E’ comprensibile che, a pochi giorni dal referendum, Meloni senta la pressione della Lega e del Partito democratico (che prima chiedeva il taglio delle accise e ora che l’ha ottenuto lo critica, per non dire delle reiterate e contraddittorie richieste di abbattere i sussidi ambientalmente dannosi). Finora la leader di Fratelli d’Italia aveva saputo arginare le pulsioni populiste per mantenere una politica economica razionale. Adesso invece sembra cedere e rischia di entrare in un tunnel alla fine del quale ci sono una spesa fuori controllo e l’impossibilità di intervenire se, quando e dove sarà (più) necessario. Il calo dei prezzi dei carburanti grazie alla detassazione (con la benzina addirittura al di sotto dei livelli pre crisi) potrà dare un momentaneo sollievo agli automobilisti, ma potrebbe trasformarsi in un pantano finanziario ed economico da cui il governo faticherebbe a tirarsi fuori.

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