LaPresse
equazione a tre incognite
Lagarde non tocca i tassi e dice “temporaneo”. Nel 2021 andò malissimo
Costi, prezzi, produzione. Di fronte alla crisi innescata dalla guerra all'Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, la Bce ha lasciato i tassi di riferimento al 2 per cento. Il giorno prima anche la Federal Reserve aveva scelto il wait and see
Temporaneo deve essere l’aggettivo preferito da Christine Lagarde. Nel 2021 l’inflazione era temporanea, poi esplose fino all’11 per cento con l’invasione russa dell’Ucraina e c’è voluto fino al 2025 per farla scendere. Temporanea (questo l’ultimo vaticinio) anche la crisi innescata dalla guerra all’Iran e dal blocco di Hormuz. Ciò ha spinto la Bce a non toccare i tassi di riferimento rimasti al 2 per cento. Mercoledì anche la Federal Reserve aveva scelto il wait and see. Di fronte alla massima incertezza di questi giorni sembra proprio il comportamento più sensato, anche perché le Banche centrali sono davanti a una equazione a tre incognite: costi, prezzi, produzione. I rincari energetici impediscono loro di ridurre il costo del denaro e di sostenere una crescita già fiacca. Se poi partisse una vera fiammata inflazionistica sarebbero costrette a una stretta che potrebbe provocare una recessione. Invece, la Banca del Giappone ha lasciato aperta la porta a un rialzo dal prossimo mese gettando nello sconcerto la Borsa di Tokyo. E’ quel che teme Giancarlo Giorgetti, che nei giorni scorsi ha messo in guardia la Bce dalla tentazione di rincarare il costo del denaro (i mutui per le abitazioni in Italia sono al 3,4, tra i più alti nella zona euro).
E che cosa farà Kevin Warsh (se sarà confermato dal Senato)? Powell lascia al suo successore il compito di muoversi nel tempio del caos: se lo farà in punta di piedi potrà evitare di rompere le ultime cristallerie. Warsh si è assicurato la poltrona impegnandosi ad abbassare il costo del denaro come vuole Trump (i tassi sui mutui trentennali, punto di riferimento per il mercato sono saliti al 6,11 per cento, mentre i tassi della Fed sono tra il 3,5 e il 3,75 per cento con una inflazione che risale verso il 2,7). Ma visto quel che succede nel resto del mondo c’è da scommettere che non potrà farlo. Il consiglio della Fed stima che la crisi energetica provocherà un rincaro generalizzato, anche se “è troppo presto per conoscere la portata e la durata dei potenziali effetti sull’economia”.
C’è poi una parola che né Powell né nessun altro vuol pronunciare, una parola che comincia con “S”: stagflazione, ha scritto Paul Krugman nel suo blog su Substack. Per ora, resta solo “un soffio”. Il paragone con gli anni ‘70 può essere fuorviante, sostiene il premio Nobel. Tuttavia una somiglianza c’è: l’inflazione era già elevata nel 1973 prima della guerra dello Yom Kippur che provocò l’embargo petrolifero arabo. Le cause erano interne agli Stati Uniti – spesa pubblica, deficit della bilancia dei pagamenti, indebitamento –, tanto che Richard Nixon aveva fatto saltare gli accordi di Bretton Woods svalutando il dollaro e rompendo il legame fisso con l’oro. Oggi non c’è iper-inflazione in America, ma i prezzi sono rimasti alti dopo la pandemia e in media scendono molto lentamente (soprattutto quelli dei beni che formano la borsa della spesa) mentre la crescita del pil rallenta: 2,4 per cento nell’ultimo trimestre del 2025. La disoccupazione resta bassa (4,4), però da molti mesi ormai vengono creati sempre meno posti di lavoro. Tutto questo generava ansia ancor prima che scoppiasse la guerra con l’Iran.
E l’Eurolandia? Anche la Bce ha rivisto al rialzo le stime di inflazione al 2,6 per cento quest’anno invece dell’1,9, mentre sono al ribasso le previsioni di crescita: +0,9 di pil invece di + 1,2 per cento. Il conflitto in Medio Oriente, ha detto la presidente Lagarde, avrà “un impatto sostanziale sull’inflazione”, ma dipende dalla sua durata. Tuttavia niente allarmi: il consiglio direttivo è “ben posizionato per affrontare questa incertezza; monitoriamo attentamente la situazione”, ha assicurato la presidente. Francamente non è scontato che questo monitoraggio sia sufficiente (cinque anni fa non lo è stato) e lo si vede dalla reazione delle borse. Milano ha perso il 2,9 per cento, il calo peggiore subito dopo Francoforte,mentre scendono più dell’1 per cento gli indici di Wall Street. Gli operatori guardano al prezzo del petrolio in risalita (un altro +3 per cento giovedì) e non si sentono rassicurati né da Lagarde né da Powell. Quella parola che comincia con “S” passa di bocca in bocca. Che si tratti di una fiammata temporanea tutti lo sperano, ma pochi ne sono davvero convinti: l’ombelico del mondo petrolifero, il Golfo Persico, trema pericolosamente. Le continue distruzioni di depositi e installazioni provocano costi pesanti e creano una incertezza e una instabilità destinate a durare. Così il fantasma degli anni ‘70 può prendere corpo, con buona pace dei banchieri centrali e dei premi Nobel.