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L'analisi
Il terminale iraniano Jask ha più valore propagandistico che logistico
In questa crisi, aggirare lo Stretto di Hormuz è diventato un imperativo per tutti. Anche Teheran ammassa greggio fuori da Hormuz per mostrare un piano B. Ma dati alla mano quel piano resta sulla carta
Teheran vuole ancora dimostrare di avere un piano B e vuole giocare la partita anche sugli oleodotti. Secondo il Wall Street Journal, ieri le scorte onshore al terminale di Jask hanno raggiunto i 5,42 milioni di barili, un accumulo record. Jask è un deposito di serbatoi a terra collegato da un lato ai campi di Goreh – non lontano dal confine con l’Iraq – tramite un oleodotto di mille chilometri. E a sua volta il terminale è collegato a un singolo punto di ormeggio galleggiante offshore nel Golfo dell’Oman. Le petroliere possono così agganciarsi alla piattaforma con un tubo per caricare il greggio in mare aperto e senza attraversare Hormuz. Dunque il piano B esiste. Ma dati alla mano quel piano ha soprattutto un valore propagandistico, e uno scarso vantaggio logistico.
Questo perché accumulare non vuol dire esportare. L’impianto di Jask, costato due miliardi di dollari, è stato raramente utilizzato in quanto ritenuto dallo stesso Iran poco efficiente. Dal terminale di Jask potrebbero fluire teoricamente un milione di barili al giorno. Ma secondo l’agenzia energetica americana, l’Eia, la capacità effettiva è di solo 300 mila barili al giorno. Mentre per l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), nel suo rapporto di marzo 2026, Jask “resta di fatto non operativo”, e non è considerata un’opzione credibile. Con un solo punto di ormeggio offshore, i tempi di “caricamento” arrivano fino a dieci giorni per una singola superpetroliera contro gli uno o due giorni al porto di Kharg.
Ma in questa crisi il valore politico di un terminale fuori dallo Stretto è enorme: Arabia Saudita ed Emirati stanno correndo per bypassare Hormuz con pipeline terrestri. Dunque potrebbe l’Iran accelerare gli investimenti su Jask? Prima della guerra le stime di settore indicavano 3-5 anni per portare il terminale a regime. Servono pompe, serbatoi, e infrastrutture sottomarine ma le sanzioni limitano l’accesso a tecnologia e capitali. E anche se l’Iran riuscisse a far fluire un milione di barili al giorno, coprirebbe meno della metà dell’export pre bellico. Mettere petrolio fuori dallo Stretto è diventato un imperativo per tutti. E’ la logica di Jask, ma l’Iran non ha i mezzi per farlo.