Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti - foto Ansa
Andamento lento
I dati Ocse sull'Italia: recupero dei salari al ralenti (-7 per cento) e contrattazione inefficiente
Il nuovo report consente di visualizzare la situazione in molti paesi diversi tra loro, permettendo si misurare quanto ognuno di essi sia in linea rispetto agli altri. L'analisi sui salari e l'Italia sempre indietro
Il nuovo report dell’Ocse sui salari ha un vantaggio impagabile: consente di guardare ciò che accade in molti paesi diversi. Certo, il prezzo da pagare è una certa approssimazione sulle specificità istituzionali nazionali, ma il beneficio è enorme: capire le tendenze comuni, distinguere ciò che è generale da ciò che è peculiare, e soprattutto misurare quanto un paese sia in linea (o fuori linea) rispetto agli altri. E da questo punto di vista il verdetto per l’Italia è netto. Il primo messaggio è che il recupero dei salari reali è in corso ovunque, ma non allo stesso modo. Nella media dei paesi Ocse i salari hanno ripreso a crescere in termini reali dopo lo choc inflattivo del 2021-2023. Tuttavia, in molti casi il recupero è già stato completato: Francia, Germania, Spagna e altri paesi europei sono tornati ai livelli pre-inflazione, o comunque molto vicini. L’Italia no. Nel nostro paese i salari reali – in particolare quelli contrattuali – restano ancora circa il 7 per cento sotto i livelli del 2021, con un recupero di appena un punto nell’ultimo anno. Non stiamo parlando di stagnazione di lungo periodo, ma di una perdita recente, concentrata negli ultimi cinque anni, che non viene riassorbita. I contratti rinnovati in ritardo non possono recuperare il terreno perduto. In alcuni paesi il recupero avviene anche attraverso i contratti aziendali, ma in Italia la struttura produttiva non è tale da poter attribuire alla contrattazione decentrata un ruolo così importante: vale per il 30 per cento dei lavoratori, di solito quelli che stanno già nelle aziende più grandi e migliori con salari migliori.
Il secondo punto cruciale riguarda il ruolo del salario minimo. L’Ocse mostra con chiarezza che, nei paesi in cui esiste – cioè quasi tutti, tranne l’Italia – il salario minimo svolge una funzione importante nel contenere la perdita di potere d’acquisto. E’ vero, riguarda una quota relativamente piccola di lavoratori. Ma proprio perché i minimi legali sono cresciuti più dei salari mediani, hanno prodotto un effetto di trascinamento verso l’alto, soprattutto nella parte bassa della distribuzione. In Francia, ad esempio, questo meccanismo ha determinato una compressione salariale: i salari minimi sono cresciuti più rapidamente degli altri, riducendo le disuguaglianze ma anche “schiacciando” la distribuzione. E’ un effetto noto, ma è anche la dimostrazione che il salario minimo non è irrilevante: anche se tocca pochi lavoratori direttamente, ne influenza molti indirettamente.
Il terzo elemento, forse il più interessante dal punto di vista macroeconomico, è il riequilibrio tra salari e profitti. Durante la fiammata inflattiva del 2021-2022, i profitti – misurati come “unit profits”, cioè il margine per unità di prodotto – sono cresciuti più dei salari, contribuendo alla dinamica dei prezzi. I salari, al contrario, sono rimasti indietro. Oggi questo squilibrio si sta gradualmente riassorbendo: i costi del lavoro per unità di prodotto (unit labour costs) stanno crescendo più dei profitti, riportando il rapporto tra lavoro e capitale verso livelli più normali. Non si tratta di una spirale salari-prezzi, ma di un recupero parziale dei salari dopo una fase in cui erano stati compressi. Il problema è che questo processo, che altrove è avanzato, in Italia è rimasto indietro. E qui torniamo al punto centrale: le istituzioni della contrattazione. Il confronto internazionale suggerisce che la differenza non sta tanto nelle condizioni economiche generali, quanto nella capacità dei sistemi salariali di reagire agli choc. Nei paesi in cui i rinnovi contrattuali sono più frequenti o dove esistono meccanismi automatici – come le clausole di garanzia in Spagna o il salario minimo legale – i salari hanno recuperato più rapidamente. In Italia, al contrario, la contrattazione collettiva nazionale, con rinnovi spesso tardivi e una struttura pensata per un’economia diversa, ha reagito con ritardo. Il risultato è che i salari arrivano sempre dopo l’inflazione.
E questo ritardo ha un costo. Oggi i salari contrattuali nel settore privato sono ancora sotto del 7 per cento rispetto ai livelli pre-inflazione. Se l’inflazione dovesse tornare a salire – ipotesi tutt’altro che remota nel contesto attuale – il rischio è un nuovo calo dei salari reali, che si sommerebbe a quello già subito.
Il messaggio che arriva dal confronto internazionale è quindi molto chiaro. Non si tratta di importare modelli altrui in modo meccanico, ma di riconoscere che il sistema italiano ha un problema di funzionamento. Finché la contrattazione continuerà a reagire con ritardo, ogni choc inflattivo si tradurrà in una perdita di potere d’acquisto difficilmente recuperabile. E a quel punto non basterà invocare la crescita o la produttività: il problema sarà, ancora una volta, nelle regole del gioco.