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L'analisi

Gli 800 miliardi che l'Ue butta via per non completare il Mercato unico

Davide Mattone

Lo studio del Fmi evidenzia che le differenze regolatorie e normative tra paesi Ue frenano il commercio, come se ci fossero dazi interni, e li quantifica: 44 per cento sui beni, e 110 per cento sui servizi

L’Europa sta rinunciando a 800 miliardi di investimenti privati che potrebbe ottenere senza un euro di debito, semplicemente portando a termine un lavoro iniziato trent’anni fa, il mercato unico. Questa volta la lezione sul potenziale inespresso dell’Ue non arriva dalla Commissione europea – che ha tutto l’interesse istituzionale a fare altrettanto – ma dal Fondo monetario internazionale. Nel discorso tenuto l’11 marzo all’università Hec di Parigi, Alfred Kammer, direttore del dipartimento europeo del l’Fmi, ha non solo quantificato l’incompiutezza del Mercato unico, ma ha proposto misure per migliorarlo.

L’analisi del Fmi esposta da Kammer parte con un dato forte: l’Europa non è povera di risorse, capitale umano o tecnologia, anzi. Ha tutti i fondamentali per crescere molto di più di quanto sta facendo ora, sia per la gamba mid-tech che high-tech. Il problema, allora, è che l’Ue si è assuefatta al la sua agenda del mantenimento dello status quo? Non proprio. L’Fmi rivela che il vero nodo è la mancanza di scala, e prova a quantificarlo. Se le riforme europee riuscissero a portare le frizioni interne dell’Unione a livelli comparabili a quelli tra stati americani, dice l’Fmi, la produttività europea potrebbe aumentare di circa il 20 per cento. Da lì deriverebbero circa 800 miliardi di investimenti privati aggiuntivi in dieci anni, e un aumento del pil pro capite di circa il 35 per cento.

Lo studio del Fmi, così come la letteratura accademica sul tema, evidenzia che le differenze regolatorie e normative tra paesi Ue frenano il commercio, come se ci fossero dazi interni, e li quantifica: 44 per cento sui beni, e 110 per cento sui servizi. Sono stime econometriche che misurano quanto in meno si scambia rispetto a un mercato davvero integrato, dunque servono più come bussola che da benchmark assoluto. Ma per fare ciò, serve permettere alle imprese europee di raggiungere dimensioni maggiori, finanziare l’innovazione anche quando rischiosa (sulle note dell’ultimo premio Nobel che ha premiato la “distruzione creatrice”), e attirare e mantenere lavoratori qualificati. Il rapporto Draghi era stato chiaro: senza Mercato unico non c’è scala né capitali privati sufficienti. Per non parlare dell’unione dei mercati dei capitali. Se non fosse che il mercato unico si ferma dove inizia la politica nazionale: Unicredit ha lanciato un’offerta per superare il 30 per cento di Commerzbank e Berlino ha risposto no, esattamente come fece Roma un anno fa quando Unicredit tentò di prendere Banco Bpm.Il rapporto Letta ha aggiunto la volontà di limitare il gold plating, le leve nazionali che aggiungono oneri inefficaci ai regolamenti Ue, e il “ventottesimo regime”, in fase di definizione con il nome di Eu Inc. Kammer e l’Fmi le riprendono aggiungendo la richiesta di una strategia energetica a livello Ue che coordini pianificazione, investimenti e disegno del mercato elettrico, invece di lasciare ogni paese a decidere per sé.

Da qui Kammer entra nel capitolo energia, partendo da un dato: il 41 per cento delle imprese europee, secondo la Banca europea degli investimenti (Bei), considera il costo dell’energia un ostacolo importante agli investimenti. I prezzi industriali europei sono raddoppiati in termini reali dal 2000, dice l’Fmi, e nel 2023 erano due o tre volte quelli di Stati Uniti e Cina. E il problema secondo lo studio non è il prezzo della CO2. Il sistema di scambio delle emissioni, l’Ets, è infatti al centro di uno scontro al Consiglio europeo del 19–20 marzo tra chi lo vuole sospendere e chi difenderlo. Così l’Fmi smonta un luogo comune. Escludendo l’Ets dal calcolo, il divario di prezzo dell’elettricità con gli Usa resterebbe comunque al 90 per cento: a pesare è la dipendenza europea dal gas importato, che determina il prezzo marginale dell’elettricità. E dentro l’Ue i prezzi divergono perché l’Europa produce sempre più rinnovabili ma non riesce a distribuirle: la congestione sulle interconnessioni transfrontaliere è raddoppiata negli ultimi cinque anni. Secondo una ricerca Fmi di prossima pubblicazione, solo l’introduzione di nuove interconnessioni ridurrebbero i prezzi dell’energia all’ingrosso di circa il 5 per cento in media, su entrambi i lati del collegamento.

L’Fmi e Kammer presentano così il Mercato unico come la soluzione più concreta ai problemi della crescita e dell’autonomia europea. Questo perché secondo loro, a differenza delle politiche industriali che finiscono in una gara tra sussidi nazionali, le riforme del Mercato unico producono benefici diffusi. La Commissione, la Bce, Draghi e Letta lo ripetono da mesi. Adesso lo dice anche il Fmi. Il Mercato unico è il modo più serio per far crescere l’Europa senza vendere promesse facili.