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un cambiamento significativo

L'Europa riparte da Eu Inc.

Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle

Semplificare, tagliare i costi, uniformare il mondo delle imprese. Il Foglio ha visionato la proposta di regolamento per il 28esimo regime: solo 48 ore per registrarle online in qualsiasi paese. Un nuovo inizio per il mercato interno?

Domani la Commissione europea presenterà l’attesa proposta di regolamento per il 28esimo regime. La proposta, che il Foglio ha potuto vedere, prevede la creazione di una nuova tipologia di società a responsabilità limitata – denominata Eu Inc. – pensata eminentemente per le start up e le scale up (le imprese innovative in crescita esponenziale), ma aperta a tutte le società (esistenti o di nuova creazione). L’obiettivo è ridurre i costi, introdurre maggiore certezza e trasparenza per tutti gli stakeholder, facilitare gli investimenti nel capitale di rischio, favorire la crescita dimensionale delle imprese e le loro attività transfrontaliere. Non è la rivoluzione, ma può essere l’inizio di un cambiamento significativo: è certamente il più ambizioso tentativo di dare una sterzata al mercato interno dai tempi della direttiva Bolkestein (2006).

Nel dettaglio, la disciplina prevede regole e procedure digital only in tutte le fasi della vita societaria (costituzione, investimenti, comunicazioni, liquidazione), processi accelerati, costi limitati, divieto di duplicazioni burocratiche (si applica il principio once only) e semplificata mobilità nel mercato interno (è possibile aprire filiali all’estero con procedure online). Regole flessibili e semplici disciplinano la governance, le modalità di finanziamento, i piani di stock option, la liquidazione e, perfino, l’insolvenza. Da dove nasce e quali obiettivi ha il 28esimo regime? Saprà mantenere la promessa di rendere più dinamica l’economia europea, abbattendo gli “auto dazi” che frenano la crescita, ma che finora non siamo stati in grado di eliminare?

L’idea di evitare la frammentazione e gli inevitabili costi di transazione conseguenti alla diversità degli ordinamenti giuridici circolava da tempo, anche se con contorni sfumati e talvolta contraddittori. Pochi mesi fa, Bruxelles ha denunciato in una comunicazione le “terrible ten”, le dieci terribili barriere che impediscono di sfruttare i benefici del mercato interno. Il 28esimo regime è un tentativo di rispondere a questo problema aggirandolo: invece di procedere sul terreno minato delle riforme settoriali, creare un canale alternativo per operare liberamente nel mercato unico sulla base di norme uniformi di diritto commerciale.

Fin dal 2016, si era iniziato a parlare di una codificazione del diritto degli affari in Europa, alla stregua di quanto era avvenuto negli Stati Uniti con l’Uniform Commercial Code, un testo di legge modello redatto inizialmente nel 1952 da alcune associazioni private, con l’intento di favorire l’armonizzazione delle legislazioni commerciali, poi recepito nei 50 stati. Un’idea replicata negli anni 90 in Africa, grazie all’Organizzazione per l’armonizzazione del diritto commerciale che ha unificato il diritto degli affari in diciassette paesi dell’Africa sub-sahariana.

Così, un gruppo di eminenti giuristi (francesi, tedeschi, italiani, belgi, spagnoli e polacchi) sotto l’egida dell’Association Henri Capitant, con il supporto della Fondazione per il diritto continentale, si è messo al lavoro. Dopo un iniziale inventario delle molteplici direttive in materia che ha evidenziato come la disciplina adottata fosse poco accessibile e fruibile (oltre che incompleta), si è passati alla redazione dei modelli di legge nei vari settori. Il progetto è stato, tra l’altro, sostenuto dall’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaing e se n’è fatta menzione nel Libro bianco sul futuro dell’Europa del 2017 come esempio di Unione a più velocità (“chi vuole di più fa di più”), ma nel complesso è stato a lungo relegato soprattutto al milieu accademico. La mole di lavoro è stata tuttavia notevole: tra il 2017 e il 2023 sono stati redatti ben tredici progetti di codice relativi a tutti i settori del diritto degli affari (diritto commerciale generale, mercati, commercio elettronico, società, garanzie, esecuzione, insolvenza, banche, mercati finanziari, proprietà intellettuale, lavoro, assicurazioni e fisco).

L’idea ha preso vigore grazie al rapporto Letta sul futuro del Mercato unico dell’aprile 2024. Tra le principali iniziative raccomandate da Letta vi è, infatti, proprio l’adozione di una normativa uniforme di diritto commerciale. Per ottenere rapidamente questo risultato, senza incorrere nelle difficoltà che inevitabilmente comporterebbe la sostituzione delle leggi nazionali in materia, l’ex premier ha proposto che il nuovo regime sia opzionale. In altri termini, saranno le stesse imprese a scegliere se avvalersene, sapendo che vale in tutto il territorio dell’Unione.

Anche il Rapporto di Mario Draghi sposa questa idea, suggerendo di introdurre, per le start up innovative, una legislazione armonizzata in materia di diritto societario, procedure di insolvenza e alcuni aspetti essenziali di diritto del lavoro e della fiscalità.

Il progetto è entrato così nel dibattito corrente. Non sempre, tuttavia, se n’è parlato a proposito: spesso, per esempio, si è fatto riferimento alla creazione di un “Delaware europeo”. Ma così non è. Le imprese statunitensi scelgono quello stato per il suo sofisticato diritto societario nonché per la grande autorevolezza e rapidità dei suoi tribunali. Un po’ quello che in parte succede in Europa con i Paesi Bassi. Nel nostro caso, non si vuole creare una competizione tra gli ordinamenti degli Stati membri e il 28esimo regime. Il vantaggio di quest’ultimo è che introduce norme uniformi di diritto commerciale, consentendo di operare senza soluzione di continuità all’interno del mercato unico.

Dal punto di vista economico, se portato fino in fondo, questo progetto potrebbe realmente fare la differenza. Mentre negli Usa le aziende con più di 250 addetti rappresentano circa il 60 per cento del totale degli occupati, in molti paesi Ue non arrivano al 20 per cento (in Italia circa il 24,4 per cento). Il fatto è che, per crescere ed espandersi negli altri stati membri, devono spesso duplicare gli sforzi per la compliance con norme magari solo marginalmente differenti, ma che comunque impongono adempimenti specifici. Secondo uno studio della Banca centrale europea, tali barriere equivalgono a un dazio del 96 per cento sui servizi e del 67 per cento sui beni: come ha detto Isabel Schnabel, membro del board esecutivo della Bce, “nel settore dei servizi, che rappresenta circa il 75 per cento del valore aggiunto lordo totale, il commercio intra-Ue non è più elevato rispetto al commercio con i paesi extra-Ue”. Ne segue che anche riforme parziali potrebbero avere conseguenze significative: per i ricercatori della Bce, una riduzione anche incompleta di queste tariffe auto inflitte (8 punti percentuali sui beni e 9 sui servizi) potrebbe determinare un aumento degli scambi intra-europei del 4,4 per cento per i beni e del 14,5 per cento per i servizi, con un guadagno di benessere sociale rispettivamente dell’1,3 e dell’1,8 per cento. Addirittura, “una riduzione di appena il 2 per cento delle barriere ai beni e ai servizi all’interno del mercato unico potrebbe, nel lungo periodo, compensare completamente l’impatto previsto sul pil derivante da dazi statunitensi più elevati. Ciò porterebbe a un aumento del commercio intra-Ue di circa il 3 per cento”.

Il peggioramento dello scenario macroeconomico ha creato le condizioni perché finalmente ci si muova, dopo che tanti tentativi erano falliti. Il 20 gennaio il Parlamento europeo ha approvato con una larghissima maggioranza una serie di raccomandazioni a favore dell’istituzione di una società europea o un nuovo quadro giuridico uniforme per le imprese europee. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, parlando a Davos, ha promesso che le imprese innovative potranno registrare una società in qualsiasi stato membro “entro 48 ore e interamente online” e “godranno dello stesso regime fiscale in tutta l’Ue”. Il non-paper elaborato da Italia, Germania e Belgio, in vista del ritiro di Alden Biesen, ha previsto “l’adozione di un 28esimo regime giuridico entro la fine dell’anno per superare la frammentazione dei sistemi nazionali”. E, infine, alla conferenza nazionale della Cdu, tenutasi a Stoccarda il 21 febbraio, è stata adottata una mozione in favore del 28esimo regime.

L’idea ha rapidamente guadagnato popolarità anche al di fuori della bolla di Bruxelles. Particolare rilievo ha avuto l’iniziativa di un gruppo di società di venture capital e associazioni di start up che in poco tempo ha raccolto ben 15.000 firme. La proposta della Commissione ne ha ripreso la denominazione (Eu Inc.), senza però limitarne l’applicazione alle sole società innovative. Di recente è sorta anche un’associazione europea, One Market, One Law (tra i cui fondatori è uno degli autori di questo articolo), che raggruppa professionisti, giuristi, imprenditori e altri esponenti della società civile con l’obiettivo di promuovere un Codice europeo degli affari. Una delle prime iniziative è stata una lettera aperta alla presidente von der Leyen che definisce i capisaldi per una realistica attuazione del progetto.

Una strada in discesa, dunque? Non proprio. Al di là di questo apparente generale consenso, vi è stata finora poca chiarezza sui contenuti, sull’ambito di applicazione e sulle modalità attuative. Certo, domani si comincerà a mettere qualche punto fermo, ponendo il primo mattone verso la creazione di un’impresa europea. Ma, benché sia una proposta ambiziosa che copre numerosi aspetti della vita societaria, ci sono ancora molti dubbi circa la possibilità di portare a termine una riforma di ampio raggio che non si limiti alla forma societaria, alle modalità di costituzione e alla corporate governance. Il vero elemento di discontinuità sta nel tentativo di uniformare quanto più possibile il diritto commerciale, escludendo solo le materie suscettibili di creare ostacoli insormontabili da parte degli stati membri perché toccano questioni delicate come fiscalità, diritto del lavoro e insolvenza. Non vi è ragione per limitare l’ambito materiale, potendo peraltro già avvalersi dell’imponente sforzo di uniformazione rappresentato dai tredici progetti preliminari elaborati dall’Associazione Capitant.

Fortunatamente, la proposta in discussione domani non è circoscritta alle imprese innovative. Sebbene inizialmente questa scelta poteva apparire una concessione alla realpolitik, la Commissione ha preferito lasciare aperta la porta a tutte le imprese. Il problema, del resto, non sono le sole imprese innovative, categoria peraltro difficile da definire, ma la grande massa delle Pmi che sopporta costi troppo elevati per effetto della frammentazione giuridica tra gli stati membri. Gli stessi lavori della Bce (così come un precedente studio del Fondo monetario internazionale sugli ostacoli al mercato interno) non si concentrano sulla fascia più innovativa delle imprese, ma sulle perdite di competitività derivanti dall’esistenza di barriere diffuse, a tutti i livelli.

Infine, come dare attuazione al progetto? L’unico strumento che garantisce uniformità nella sua formulazione e nella tempistica di attuazione è il regolamento (che, diversamente dalla direttiva, si applica automaticamente e non deve essere recepito negli ordinamenti nazionali). In tal senso è del tutto razionale la scelta della Commissione di seguire questa strada per Eu Inc. La stessa logica sottostante lo rende cogente: non si tratta di armonizzare i diritti nazionali, come abbiamo fatto finora, bensì di creare un diritto uniforme che le imprese possono seguire per operare senza soluzione di continuità nel mercato unico.

Victor Hugo diceva che non c’è nulla di più potente di un’idea di cui sia giunto il tempo. La creazione di un importante volano di semplificazione è giusta e coglie perfettamente l’origine dello scarso dinamismo imprenditoriale europeo: a partire da domani scopriremo se il momento di dare uno scarto decisivo al mercato interno è finalmente arrivato e se sarà una iniziativa isolata oppure l’inizio di un viaggio.