foto Ansa
Una guerra cara
Trump pensava di non pagare il prezzo di Hormuz: stagflazione e midterm lo smentiscono
L'economia americana non è immune da quanto avviene sul mercato internazionale dell'energia: le quotazioni del greggio del Texas sono in linea con quelle europee, mentre i prezzi dei carburanti sono aumentati del venti per cento. Le conseguenze di questa incertezza potrebbero avere importanti ricadute elettorali
Se gli effetti del conflitto in Iran sull’economia mondiale dipendono dalla durata delle ostilità, è anche vero che la durata del conflitto dipenderà, a sua volta, dagli effetti del conflitto stesso sull’economia, a cominciare da quella americana. Più negative saranno le ripercussioni, soprattutto per chi andrà a votare alle elezioni del mid–term di novembre, più aumenteranno le pressioni su Trump per far finire la guerra al più presto. Questo è quello che suggerisce l’analisi razionale. Che non sembra però essere l’unico elemento da prendere in considerazione se si vuole anticipare le prossime mosse degli Usa.
Come per i dazi, che dovevano essere pagati dagli stranieri, contrariamente a quanto mostrano vari studi, a Washington si ritiene che l’aumento del prezzo del petrolio provocato dal blocco dello Stretto di Hormuz non incida significativamente sul potere d’acquisto delle famiglie americane. Gli Stati Uniti sono esportatori netti di petrolio e di gas, dunque non hanno bisogno di importazioni dal Medio Oriente. Anzi, qualcuno pensa addirittura che i prezzi più alti dell’energia avvantaggino gli Stati Uniti, aumentando il valore delle esportazioni. Questa analisi è alla base del famoso invito del Presidente Trump ai produttori americani di ricominciare ad estrarre petrolio a tutto spiano, il cosiddetto “Drill, baby drill”.
In realtà, l’economia americana non è immune da quanto avviene sul mercato internazionale dell’energia. Il prezzo del petrolio estratto negli Stati Uniti è di fatto allineato al livello mondiale. Le quotazioni del greggio del Texas (West Texas intermediate) sono salite in linea con quelle europee (Brent). Anche il prezzo alla pompa dei distributori americani è aumentato, circa del 20 per cento, più o meno come in Europa. Di fatto, le famiglie americane soffrono dell’aumento dei prezzi energetici tanto quanto quelle europee. Inoltre, la prospettiva di una inflazione più alta del previsto ha modificato l’impostazione della politica monetaria. I dati negativi sull’occupazione nel mese di febbraio avevano generato aspettative di prossimi tagli dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve. Il riemergere delle pressioni inflazionistiche dopo l’avvio del conflitto e la risalita dei tassi a lungo termine hanno ridotto la probabilità che la banca centrale americana riduca i tassi nei prossimi mesi. Il costo dei mutui rischia anzi di risalire.
Nel complesso, l’incertezza provocata dal conflitto tende a scoraggiare le decisioni di investimento da parte delle imprese, anche negli Stati Uniti. Sembra delinearsi uno scenario di stagflazione, con inflazione più alta e attività economica in calo. Uno scenario da rompicapo per le banche centrali. Il deterioramento della congiuntura economica penalizza politicamente soprattutto il partito repubblicano, che alle elezioni di mid–term, a novembre, rischia di perdere il controllo sia del Senato sia della Camera dei Rappresentanti. Ci si può dunque aspettare che le pressioni aumenteranno negli Stati Uniti, anche da parte repubblicana, affinché le ostilità vengano fermate rapidamente.
In effetti, negli ultimi giorni la comunicazione della Casa Bianca è gradualmente cambiata. Dall’annuncio che la guerra sarebbe durata a lungo, addirittura fino alla “resa incondizionata”, e che il Presidente americano avrebbe avuto un potere di veto sulla nomina dei nuovi vertici a Teheran, si è passati a messaggi più concilianti, fino a prospettare che “la fine della guerra è vicina” e che si è “in anticipo sul raggiungimento degli obiettivi”. L’impatto di quegli annunci sui mercati finanziari è stato immediato. Le quotazioni petrolifere sono scese intorno agli 80 dollari a barile, dopo aver superato i 120 allo scoppio della guerra.
Tuttavia, l’incertezza rischia di rimanere a lungo elevata. Anche perché la fine delle tensioni in medio oriente non dipende solo da Washington. La fine delle ostilità non significa che lo stretto di Hormuz possa essere pienamente operativo, ne esclude la possibilità di ritorsioni o di atti terroristici che incidono negativamente sul clima di fiducia. Qualsiasi evento inaspettato può far ripartire le quotazioni del petrolio e affossare le borse. Come si è visto con l’elevata volatilità delle quotazioni del greggio. Con effetti duraturi e negativi per l’economia mondiale.
Vi è una ampia letteratura che spiega perché “è più facile iniziare una guerra che finirla”, dal Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez allo storico Geoffrey Blainey. Evidentemente questa letteratura non circola più dalle parti di Pennsylvania Avenue. Questo è il risultato quando ci si circonda di yes–men (o yes–women).