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caro carburanti

L'accisa è mobile. Perché un bonus per i più poveri è meglio di un altro sussidio a pioggia

Carlo Stagnaro

L’opposizione la rivendica e il governo fa di tutto per intestarsela. Ma questa misura non risolve alcun problema strutturale, rischia di incentivare il consumo di carburanti e non sostiene adeguatamente chi ne ha veramente bisogno

L’accisa mobile è una misura che non risolve alcun problema strutturale, rischia di incentivare il consumo di carburanti e non sostiene adeguatamente chi ne ha veramente bisogno. Sarà forse per questo che tutti la vogliono: l’opposizione la rivendica e il governo fa di tutto per intestarsela. Il meccanismo venne introdotto dalla legge di Bilancio per l’anno 2008, governo Prodi, e poi leggermente modificato nel 2023, governo Meloni, per sveltirne l’attivazione. Esso stabilisce che il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di concerto col ministro dell’Economia, “può” (non necessariamente deve) emanare un decreto per ridurre temporaneamente le accise sui carburanti.

Il fine della misura è quello di “compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto” (Iva) derivanti dai rincari “del prezzo internazionale, espresso in euro, del petrolio greggio”, se questo “aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza” (per il 2026 per il Brent è 66,1 dollari, che all’attuale cambio corrispondono a circa 56,9 euro).

La norma presenta numerosi dubbi interpretativi: per esempio, non è chiaro perché il riferimento sia al Brent e non alle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati (gli automobilisti comprano benzina o gasolio, non greggio). Inoltre, come spiegano Gabriele Masini e Antonio Sileo in un intervento su lavoce.info, non è chiaro se il riferimento al mese (o bimestre) precedente vada inteso come calendario (quindi, in questo caso, gennaio-febbraio) oppure come media mobile (quindi, per esempio, 9 febbraio-8 marzo). Storicamente, la procedura è stata attivata solo due volte: dai ministri Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco nel periodo tra il 20 marzo e il 1 maggio 2008 (a cavallo delle elezioni politiche del 13-14 aprile) e nel 2022 nell’ambito del taglio praticato dal governo Draghi (25 centesimi). Di fatto, comunque, le risorse disponibili sono limitate: poiché la copertura proviene dall’extragettito Iva (pari a 2,2 centesimi ogni 10 centesimi di aumento), agli attuali livelli dei prezzi il taglio massimo è nell’ordine di 5-6 centesimi al litro di carburante.

Proprio l’esperienza del governo Draghi dovrebbe mettere in guardia contro iniziative avventate. Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2023, il governo spese circa 92 miliardi (il 5,2 per cento del pil) per ridurre i prezzi dei carburanti, dell’elettricità e del gas. Questo enorme sforzo andò a vantaggio anche di molti consumatori che non ne avevano bisogno (per esempio le seconde case) e non raggiunse chi invece era in forte difficoltà. Secondo uno studio dell’Istat, nonostante i maxi bonus, ben il 39,1 per cento delle famiglie in condizione di povertà energetica ne rimase sostanzialmente escluso (quattro su dieci).

Fu anche questo a persuadere la premier Giorgia Meloni e il ministro Giancarlo Giorgetti a cessare gran parte degli aiuti eccezionali nella prima manovra dopo la vittoria delle elezioni (quella relativa all’anno 2023): sarebbe un peccato sperperare tale patrimonio di responsabilità per erogare ora pochi centesimi a pioggia a tutti. Ma anche Elly Schlein dovrebbe coltivare un po’ di coerenza: solo una settimana fa si lamentava che la Ragioneria generale dello stato non accettasse il generico “taglio dei sussidi ambientalmente dannosi” (Sad) come copertura per finanziare una sua proposta di legge sul congedo paritario; oggi è in prima fila a pretendere una riduzione delle accise, cioè l’ennesimo sussidio ambientalmente dannoso.

Per giunta, la crisi in atto ha caratteristiche ancora da decifrare: se tutto va bene, la tensione scenderà nel giro di poche settimane, ma gli impatti potrebbero essere molto più severi e persistenti nel tempo. In questo secondo scenario – che è ancora troppo presto per escludere – sparare fin da subito tutte le cartucce sarebbe un atto di grave sottovalutazione. Anche perché, diversamente dal 2022, non siamo in grado di sostenere un’altra ondata di debito pubblico: dopo 200 miliardi di Pnrr, 220 di Superbonus e 92 di aiuti energetici ancora da smaltire, lo sperpero di risorse a pioggia è un lusso che non possiamo permetterci. Invece di elemosinare pochi centesimi a chiunque, è meglio concentrare le risorse a favore delle famiglie energeticamente povere e delle imprese più esposte.

 

 

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