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L'analisi
Deficit e spese militari, il governo può superare l'asimmetria del 3 per cento?
Per uno 0,1% di deficit l’Italia resta intrappolata nella procedura d’infrazione se aumenta le spese per la difesa. Serve una riforma-lampo del Patto di stabilità per cambiare una norma irrazionale
Per un pugno di euro, o meglio, per lo 0,1 per cento del pil. E’ questa la distanza tra il deficit italiano al 3,1 per cento a consuntivo stimato dall’Istat per il 2025, e la soglia del 3 per cento stabilita dai Trattati europei. E’ solo lo 0,1 ma è lo 0,1 che conta di più. Stare sotto il tetto del 3 per cento avrebbe permesso all’Italia di uscire già nel 2026, con un anno d'anticipo, dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. E questo, a sua volta, avrebbe avuto diverse ricadute positive sulla politica economica del governo anche rispetto agli impegni sulla difesa.
Il governo, infatti, ha presentato un piano di investimento da 14,9 miliardi – già approvato dall'Ue – per accedere al programma europeo di prestiti Safe (Security Action for Europe), in modo da avvicinarsi agli impegni internazionali presi in sede Nato e agli obiettivi europei rispetto alla guerra in Ucraina. Proprio la Commissione europea ha invitato gli stati membri a utilizzare la clausola di salvaguardia nazionale (National escape clause) prevista dal Patto di stabilità, che consente di spendere per la difesa deviando dal percorso di rientro fiscale per quattro anni e fino a un massimo dell’1,5 per cento del pil.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, nel Dpfp e in altre dichiarazioni, ha però sempre condizionato il ricorso alla clausola di salvaguardia e al programma Safe all'uscita dalla procedura d’infrazione. Ora tutto rischia di saltare. La ragione è proprio in quello 0,1 per cento e in un'asimmetria nelle regole europee. Il quadro normativo prevede un trattamento diverso tra i paesi che sono sotto il 3 per cento e quelli che sono sopra: i paesi sotto soglia che attivano la clausola di salvaguardia non vengono sottoposti alla procedura d'infrazione qualora l’aumento delle spese militari faccia superare il 3 per cento di deficit. Al contrario, i paesi sopra soglia che attivano la clausola di salvaguardia restano sotto la procedura d’infrazione anche qualora al netto dell'aumento delle spese militari ridurranno il deficit sotto al 3 per cento. Pertanto la Germania con un deficit del 3,3 per cento nel 2025 e superiore al 4 per cento nel 2026 non sarà in procedura d'infrazione perché ha attivato prima la clausola di salvaguardia, mentre l’Italia che ha un deficit del 3,1 per cento nel 2025 e del 2,8 per cento nel 2026 resterà in procedura d’infrazione qualora dovesse attivare la clausola di salvaguardia per aumentare di un paio di decimali la spesa militare.
Come si esce da questa trappola assurda? Al momento, la strada del governo sembra quella di aspettare e sperare in una revisione dell'Istat, sulla base di informazioni più precise e aggiornate, prima della chiusura della procedura di notifica sull'indebitamento ad Eurostat che si concluderà il 21 aprile. Ci può essere qualche limatura, giocare su qualche arrotondamento, ma vedendo le revisioni precedenti è davvero improbabile che l’Istat possa fare una revisione nell'ordine di 1,5–2 miliardi. Se il 3,1 per cento verrà confermato, cosa farà il governo? Non è chiaro. Da un lato c’è la tentazione mai celata di Giorgetti di evitare aumenti di spesa perché l'obiettivo prioritario è l'uscita dalla procedura d'infrazione, dall'altro gli impegni internazionali assunti dalla premier Giorgia Meloni e un contesto geopolitico che richiedono di essere conseguenti.
Da Bruxelles c'è l'idea che, in realtà, non sia un grande problema: restare in procedura d'infrazione non comporta sanzioni automatiche, ma richiami e raccomandazioni, poi mediate politicamente da Commissione Ue e Consiglio. Fonti consultate dal Foglio lasciano intendere che le conseguenze sostanziali non sono rilevanti. Ma da Bruxelles, probabilmente per non mettere in discussione le proprie regole, sottovalutano il segnale di mercato: essere in procedura d'infrazione è un piccolo stigma, è cioè tendenzialmente associato a spread più elevati, e quindi ha un costo reputazionale e finanziario per il Tesoro quando colloca il suo debito. Non si può fingere che non sia un problema.
Quale può essere allora la soluzione? Semplice: una modifica puntuale del Patto di stabilità. E' questa la proposta di due massimi esperti della materia come Marco Buti e Lucio Pench, che sono stati rispettivamente Direttore generale per gli Affari economici e Direttore delle politiche di bilancio a Bruxelles: “C’è un’asimmetria nella riforma delle regole fiscali: le maggiori spese per la difesa sono prese in considerazione per evitare di entrare in procedura d’infrazione, ma non sono tenute di conto per la fuoriuscita. Si dovrebbe adottare un emendamento chirurgico del regolamento che sana questa contraddizione” dice Buti, sottolineando che l'ostacolo alla proposta di modifica legislativa avanzata insieme a Pench è più politico che tecnico: “Ci vuole l’unanimità dei paesi ma la questione è talmente dirimente che si può decidere rapidamente”.
Naturalmente a prendere l'iniziativa politica per una riforma–lampo della riforma del Patto di Stabilità dovrebbe essere l'Italia, per il semplice fatto che in questa circostanza è l'unico paese interessato. Qualcuno al governo ci sta già pensando?
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