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Un pil sottostimato

La crescita italiana viene sempre vista al rialzo. È ora di cambiare metodo. Parla Innocenzo Cipolletta 

Dario Di Vico

Cambiare il modo sbagliato con cui si calcola la crescita è un dovere: “La soluzione di ripiego è non prendere in considerazione il dato diffuso e agire come non fosse stato comunicato. La scelta ottimale però è una verifica più corretta della stima preliminare", dice l'economista

Lo scorso anno aveva pubblicato assieme a un altro economista, Sergio De Nardis, un ampio articolo sulla rivista del Mulino. Ma non aveva avuto alcuna risposta né contestazione di merito. Ora di fronte alla notizia che il rapporto deficit/pil è stimato provvisoriamente dall’Istat al 3,1 per cento e che un decimale in più compromette l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione Ue, Innocenzo Cipolletta non ci sta. E rilancia la sua tesi con un destinatario preciso: l’istituto di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli. “Sono 20 anni che il pil viene regolarmente rivisitato al rialzo nelle revisioni successive alla diffusione della stima provvisoria. Non è più un caso isolato. E’ una sottostima sistemica e unidirezionale del nostro pil che è dovuta a una quantificazione errata dell’apporto dei servizi”. 

 

Argomenta Cipolletta che dell’industria manifatturiera conosciamo tutto capillarmente mentre non è così per il terziario che ha un’ampia segmentazione dei comparti che vengono analizzati. “I servizi non li puoi misurare con l’indagine sul valore aggiunto centrata sullo stabilimento ma dovresti partire dagli acquisti delle famiglie. Il servizio si identifica meglio con la sua esecuzione e quindi per fotografarlo conviene partire dalla domanda piuttosto che dall’offerta”.

 

E invece abbiamo poche rilevazioni lato domanda nonostante che oggi per la diffusione del sistema dei pagamenti digitali si potrebbe tranquillamente cambiare metodologia. “Il sistema dei pagamenti ci fornisce una via più idonea per valutare la domanda di consumo e la spesa delle imprese – continua Cipolletta –. Ci dà un riscontro più preciso dei movimenti del terziario che attraverso le statistiche tradizionali non riesci a valutare bene”. Le indagini a cui ricorre l’Istat sono quella sul valore aggiunto che ha come oggetto gli stabilimenti manifatturieri e quella sui consumi delle famiglie. Ma nel primo caso la fabbrica produce valore aggiunto per una quota limitata e la famiglia non è più il luogo del consumo. “Oggi un ragazzo con un telefonino acquista e spende senza passare dalla famiglia, solo per fare un esempio”.

 

Ha senso e urgenza discutere di questa tesi di Cipolletta e De Nardis non solo per quanto riguarda la scientificità delle statistiche ufficiali ma “perché azionano in automatico importanti decisioni di politica economica”. Stimare non correttamente il rapporto deficit/pil, per rifarci al casus belli del giorno, impone politiche di rientro che non sarebbero necessarie. E’ la dimostrazione di come una stima provvisoria determini scelte inopportune o non necessarie. “La nostra supposizione – sostiene Cipolletta – è che si debba passare dal rafforzare le rilevazioni lato domanda ma se c’è un’altra risposta al fenomeno dei rialzi ex post siamo più che disposti ad ascoltarla. Ciò che non accettiamo è la sottostima sistemica del pil e l’assordante silenzio che la circonda”. Secondo l’economista, storico direttore generale della Confindustria, un analogo ragionamento riguarda la misurazione della produttività. “Nelle stime provvisorie viene fuori sempre che la produttività non cresce, nelle revisioni invece risulta più vicina al benchmark di Francia e Germania di quanto lo fosse all’inizio. Quindi finiamo per batterci il petto per una produttività più bassa di quanto sia in realtà. Fatto salvo comunque che più ce n’è, meglio è”.

 

Ma, tornando al caso del giorno, che cosa succederà dopo che l’Istat ha diffuso la stima provvisoria del 3,1 per cento deficit/pil? “Che alla prima o alla seconda revisione ovvero tra qualche settimana o quando si darà il dato del 2026 la stima di oggi del Pil a 0,5 per cento verrà corretta in 0,6 o 0,7. E quindi quel 3,1 è destinato a diventare 2,9 o 3,0 – risponde Cipolletta –. Ed è un caso limite perché nel frattempo fa scattare una strumentazione di politica economica del tutto inutile”. Si può fare qualcosa in corsa per evitare di compromettere gli obiettivi di quella stessa politica economica? “La soluzione di ripiego è non prendere in considerazione il dato diffuso e agire come non fosse stato comunicato. La scelta ottimale però è una verifica più corretta della stima preliminare. Per carità un errore ci può stare tranquillamente, è singolare però che tutte le correzioni siano al rialzo. In altri paesi errori sistemici così evidenti e costanti non si verificano”.

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