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l'editoriale del direttore

Tutti i tabù che politica, imprenditori e sindacati non affrontano quando parlano di salari

Claudio Cerasa

Per evitare che siano le procure a occuparsi del tema, bisogna avere il coraggio di sostenere le aggregazioni e la concorrenza, aumentare i salari senza legarli al cuneo fiscale, innovare le imprese e scommettere sulla produttività e sui contratti decentrati senza paura di rimettere in discussione i propri dogmi

La procura di Milano, lo sapete, due giorni fa ha illuminato un problema grave e oggettivo che riguarda una criticità importante del mondo della gig economy: gli stipendi da fame. Paolo Storari, attivissimo pubblico ministero della procura di Milano, con frequenti deleghe alle esondazioni della stessa procura, sostiene che sotto la soglia risulti circa l’ottanta per cento dei rider di Deliveroo, con uno scostamento medio rispetto alla soglia di povertà di 7.600 euro annui. Paolo Storari, per intervenire su questo fronte, ha usato, come spesso gli capita, modalità molto forti, scegliendo di adottare uno strumento tipico dell’antimafia (il controllo giudiziario, misura di prevenzione con effetti sostanzialmente sanzionatori prima di un processo) per dimostrare come Deliveroo mascheri da lavoro autonomo un rapporto in realtà subordinato. Il tema delle esondazioni delle procure, e dei loro paletti, è un tema eterno. Ma un tema forse più interessante rispetto alle esondazioni di una procura riguarda una questione più generale che ha a che fare con il vuoto all’interno del quale si è infilata la magistratura: la battaglia per salari più dignitosi. Maurizio Landini, leader della Cgil, esulta – dal suo punto di vista con buone ragioni – per l’intervento della magistratura. Ma osservare un sindacato che accetta di vedere trasformata una questione salariale in un reato penale è il segno di una tendenza pericolosa: delegare alle procure il compito di occuparsi di un tema che dovrebbe essere politico, sindacale e imprenditoriale prima ancora che giudiziario. E se si vuole tentare di trovare un modo per evitare che sia solo la magistratura la forza titolata a mettere al centro del dibattito pubblico il dramma dei salari, bisogna ragionare su quelli che sono i veri totem da abbattere nel nostro paese quando si prova a ragionare sul tema delle paghe da fame. Smascherare i tabù, quando si parla di salari, significa riconoscere una serie di verità difficili da declinare.

 

Significa, per esempio, riconoscere che i salari italiani stagnano da vent’anni non perché “i profitti divorano tutto”, ma perché la produttività è ferma. Significa riconoscere che i salari italiani crescono quando la contrattazione diventa più decentrata che centralizzata, ma affermare questa verità significa anche riconoscere che un freno alla contrattazione decentrata è visto da un pezzo del sindacato come fumo negli occhi perché significa rinunciare al contratto nazionale e perdere un pezzo del proprio potere. Affrontare i tabù, quando si parla di salari, significa riconoscere anche altro. Significa riconoscere, per dire, che in questi anni i salari sono rimasti bassi anche a causa di una bassa propensione delle imprese a utilizzare tutte le leve dell’innovazione, di una scarsa capacità della politica a favorire l’innovazione e di una scarsa consapevolezza di quanto sia importante, per migliorare i salari, avere imprese sempre più grandi, sempre più innovative, sempre più produttive: un capitalismo fatto di imprese sottodimensionate paga salari sottodimensionati. Le aziende piccole hanno meno capitale, hanno meno forza nell’export, sfuggono a ogni forma di contrattazione collettiva centralizzata o decentrata che sia, sono meno portate a scommettere sull’innovazione, hanno più fragilità finanziaria e, di conseguenza, hanno meno leve per pagare meglio i dipendenti. Ma significa anche riconoscere che se la crescita dei salari dipende dallo stato, se l’unico modo per aumentare i salari è “tagliate il cuneo fiscale”, si cercano compensazioni temporanee e non strade per favorire la crescita e dunque l’innovazione e dunque la produttività.

E’ facile dire agli imprenditori “pagate di più”, cosa che anche gli imprenditori dovrebbero iniziare a dire agli imprenditori che si rifiutano di pagare di più. Ma è meno facile dire che per avere aziende più forti, più produttive, più innovative, più portate a investire nel futuro, occorre scommettere sulla concorrenza, sull’abbattimento delle rendite, su mercati più contendibili: la torta va redistribuita, certo, ma prima di redistribuirla immaginare come renderla più grande non dovrebbe essere un’eresia. Impegnarsi per avere salari migliori, non solo nella gig economy, è una battaglia di civiltà che dovrebbero prendere maggiormente sul serio tutti gli attori coinvolti in questo deficit italiano: politici, imprenditori, sindacalisti. Ma per evitare che con metodi maldestri sia la magistratura a esondare anche in questo campo, politici, imprenditori e sindacalisti dovrebbero avere il coraggio di affrontare i tre grandi tabù che riguardano i salari in Italia: sostenere le aggregazioni e la concorrenza senza paura di aggredire le rendite di posizione (politica); aumentare i salari senza legarli esclusivamente al cuneo fiscale, innovando le imprese senza dover aspettare la mancia fiscale della politica (imprenditori); scommettere sulla produttività e sui contratti decentrati senza paura di rimettere in discussione i propri dogmi (sindacalisti). Le esondazioni delle procure sono sempre da monitorare, anche quando mettono al centro un tema sacrosanto come quello dei salari. Ma per evitare le esondazioni in futuro un modo ci sarebbe: chiamare le cose con il loro nome, aggredire le sacche di rendite e avere il coraggio di mettere in campo un whatever it takes che non riguarda solo il famoso mondo della gig economy, ma gli stipendi da fame in Italia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.