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Il lutto

Capire i mondi paralleli della finanza con la vita di Piero Barucci. Ricordo

Giuseppe De Filippi

Da storico dell’economia ha avuto la ventura di vivere da protagonista i momenti che hanno segnato la partecipazione dell’Italia al progetto di moneta unica in Europa e ha governato le dolorose (ma inevitabili) ristrutturazioni con cui l’economia nazionale è stata portata nella prima squadra dell’euro

Faccia da economista americano, parlata da professore toscano, Piero Barucci, raccontandone ora la vita, è morto a 92 anni, sembra venire da un altro mondo o almeno da un’altra Italia. Arriva al ministero del Tesoro (nome dell’epoca) dopo sette anni di presidenza del Monte dei Paschi di Siena. Un percorso rovesciato, a proposito di epoche diverse, rispetto agli attuali: erano anni in cui si chiamava l’esponente di punta della banca senese per salvare i conti pubblici, mentre successivamente sarebbe avvenuto l’opposto. Per la precisione Barucci arrivò al governo lasciando anche la presidenza Abi, dove era arrivato negli ultimi anni di lavoro al Monte. Da ministro del Tesoro non ebbe la possibilità di stabilire una specie di guida parallela del governo, come avvenne a tanti suoi successori, forti del ruolo e della conoscenza diretta delle questioni economiche, di cui riuscivano a mantenere l’esclusiva anche rispetto a Palazzo Chigi. Per Barucci, che comunque non era il tipo, la strada per quel modo di esercizio del potere era sbarrata dalla caratura economica dei due presidenti del consiglio con cui è stato ministro, Giuliano Amato prima e Carlo Azeglio Ciampi dopo. Due con cui, diciamo, non potevi provare a tirartela come fine economista o come duro custode del bilancio pubblico. Però, c’era il vantaggio di lavorare con le spalle coperte.

 

A Barucci toccò la gestione della spaventosa finanziaria del governo Amato nel 1992 e della svalutazione della Lira con sospensione temporanea dal sistema di cambi rigido in Europa e la crisi della Lira, la prima volta in cui lo spread venne a colpirci, durante il governo di Ciampi. Ma, appunto, in entrambi i casi a Barucci toccò la fortuna/sfortuna di avere presidenti ben piazzati sulla materia economica e anche costretti dalla logica politica e dallo spirito di servizio ad assumere in prima persona buona parte delle terribili responsabilità di quei giorni. Momenti che ha poi ripercorso in un bel libro, “L’Isola Italiana del Tesoro”, scritto a caldo e uscito nel 1995 e sottotitolato con orgoglio e understatement insieme “ricordi di un naufragio evitato”. Un’epopea cui però, negli anni successivi, Barucci non ha voluto legare tutta la sua esperienza di uomo di governo e di grande conoscitore del sistema finanziario nazionale. Quando il vento politico è cambiato non è tornato a ruoli diretti nelle banche, ma, anche come componente dell’autorità antitrust, ha lavorato alla completa realizzazione della riforma bancaria impostata con Amato, da cui deriva buona parte dell’attuale assetto del mercato del credito e grazie alla quale sono state possibili le aggregazioni da cui sono nate le principali banche tuttora operative.

 

Da storico dell’economia e in modo specifico dei sistemi finanziari ha avuto la ventura di vivere da protagonista i momenti che hanno segnato la partecipazione dell’Italia al progetto di moneta unica in Europa e ha governato le dolorose (ma inevitabili) ristrutturazioni con cui l’economia nazionale è stata portata nella prima squadra dell’euro e all’interno delle politiche di bilancio e della regolazione bancaria di nuovo tipo imposte dal ruolo europeo dell’Italia. Le transizioni le aveva sempre studiate e quando ci si è trovato dentro sapeva come muoversi. Se volete capire come sono andate le cose nella finanza italiana, oltre al già citato libro di ricordi presi quasi dal vivo nel triennio 92-94, andate a cercare il suo grande lavoro sulle vicende che portarono dalla Banca di Genova al Credito Italiano e poi alle successive fusioni. Sempre di attraversare anni terribili si trattava e di salvare il motore dell’economia rappresentato dalle banche. Studio e scrittura che non furono, per Barucci, pura accademia, ma una specie di preparazione teorica alle prove cui poi venne chiamato.

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